Ci sono date che non sono semplici ricorrenze, ma ferite aperte che continuano a sanguinare nel fianco di una nazione che non vuole guarire. Il 13 marzo 1975, a Milano, non andò in scena solo un atto di violenza politica; si consumò il rito barbarico di un’epoca che aveva eletto la “chiave inglese” a strumento di giustizia sommaria e il “fascista” a bersaglio da abbattere senza rimorso.
Il verbale della questura di quel giorno descrive con spietata precisione l’agguato in via Amadeo: Sergio Ramelli, diciannove anni, colpito ripetutamente al capo mentre cercava, con le sole mani, di proteggersi da una furia che non cercava il confronto, ma l’annientamento.
Quell’orrore, che portò Sergio a una straziante agonia nel reparto Beretta del Policlinico fino al 29 aprile, non fu un incidente della storia, ma il frutto avvelenato di uno slogan che ancora oggi, purtroppo, riecheggia in certi salotti e piazze: “Uccidere un fascista non è reato”.
Oggi, 13 marzo 2026, a cinquantuno anni di distanza, quel dogma della violenza non è finito in soffitta. Si è evoluto. Lo ritroviamo nella paranoia antifascista che appesta i media e le istituzioni, in quella retorica che etichetta chiunque non si pieghi al pensiero unico della sinistra — dal PD ai centri sociali, passando per i nuovi tribuni del populismo rosso-verde — come un nemico da bandire dalla società civile. È lo stesso meccanismo di deumanizzazione che ieri armava le mani in via Paladini e che oggi, oltre confine, continua a mietere vittime tra i giovani europei, colpevoli solo di amare la propria terra e la propria identità.
Nonostante questo clima di assedio morale, la memoria di Sergio non si lascia scalfire. Anche oggi, come ogni anno, un fiore è stato deposto nei luoghi del suo sacrificio.
È un gesto di sfida al silenzio e all’odio, un atto di fedeltà compiuto da quelle Comunità militanti che non hanno mai smesso di presidiare la verità storica. Mentre c’è chi ancora cerca di giustificare l’ingiustificabile o di minimizzare il martirio di un ragazzo di diciannove anni, la comunità del ricordo resta in piedi, preparandosi per la commemorazione del 29 aprile.
La storia di Sergio Ramelli non è una favola a lieto fine sulla riconciliazione universale. È la testimonianza cruda di un sacrificio che ci impone di restare vigili contro ogni forma di odio ideologico, specialmente quello che si maschera dietro la “legalità” istituzionale per colpire chi ha il coraggio di essere libero.
(IOltre 40 le città che hanno partecipato al ricordo di Sergio . Su Facebook le foto)

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