Pochi sanno che, oltre al business del credito fiscale dei film, ce n’è un altro dei videogiochi.
Il meccanismo è identico: una commissione stabilisce “l’alto valore culturale” del prodotto e le banche, di solito, scaricano un po’ di tasse da pagare finanziandolo. Non c’è alcuna sorpresa nel fatto che non lo sappia nessuno: solitamente da questo meccanismo infernale escono solo propaganda e ciofeche. O entrambe le cose allo stesso tempo. Ed è tutto funzionale allo status quo: nessuno lo saprà mai e quando un Governo prova a tagliare la mangiatoia si scende in piazza a urlare al fascismo.
Stavolta qualcosa si è rotto. Perché la ciofeca di propaganda, 1348 ex voto, è stata programmata da gente che non ha capito il senso dell’operazione. E ha voluto strafare. Il videogioco in questione segue un cavaliere medioevale. Naturalmente donna. Perché, chiaramente, doveva andare così. Che deve andare a salvare una damigella in pericolo. Sempre perché così deve andare. Solo che dietro questa serie di idiozie antistoriche si annida il nulla. Il gioco è tecnicamente imbarazzante: un combattimento legnoso, senza fantasia e senza idee. Storia scarna, tempo di gioco bassissimo. Insomma, il tipico prodotto livello “panettone di stato”.
Di cui, però, aveva parlato tutto il mondo, perché i programmatori, che, lo ripeto, non avevano capito come funzionasse il giochino, avevano aperto una insensata polemica con un altro videogioco: Knight’s Path, un VERO videogioco di combattimento medioevale (o quanto meno una migliore approssimazione), infatti aveva osato inserire delle donne belle, carine e senza spadoni. In tutti i sensi. A quel punto gli viene domandato: “Ehi, ma ce l’avete la rappresentanza LGBTQ, vero?”. “Con lo spadone” è stata la diplomatica risposta. Ex voto non se lo fa dire due volte e si butta a capofitto nella mischia.
Ne parte una guerra culturale, con i media di sinistra a supportare la tizia con lo spadone. Da lì a poco il grande annuncio: 250mila videogiocatori hanno messo nella lista dei giocatori Ex voto. È fatta, è un numero enorme. Però, da subito, qualcosa non torna. La demo fatica a superare le migliaia di giocatori. Ed è strano, sono troppo pochi. Inoltre, il gioco è sinceramente imbarazzante: come mai la gente lo vuole così tanto?
Si arriva così al lancio, ed è un disastro. Siamo alle CENTINAIA di giocatori, non alle migliaia e sicuramente non le centinaia di migliaia. A questo punto parte la caccia al colpevole.
Gli attivisti arcobaleno accusano i gamer, i preclari camerati col joystick, di essere maschi tossici. Il resto del mondo, incluse le testate più politicamente corrette si deve arrendere all’evidenza. È la classica operazione in cui dietro la polemica non c’è niente. Queste cose funzionavano, forse, nel 2020. ma nel 2026, con prezzi sempre più alti e consumatori sempre più stanchi di una ideologia inutile e dannosa, queste baracconate non reggono più.
Il caso di Ex voto è solo l’ultimo fallimento di una lunga serie, da DragonAge: the Veilguard, imperdibile il dialogo tra il draconide genderfluid e la madre confusa, ad Assassin’s Creed Shaodws, dovevi potevi scegliere tra il samurai africano (frutto di una invenzione accademica) e una ninja donna (frutto di una invenzione ancor più ridicola). Ma i casi recenti sono decine. Se passiamo, invece, ai casi di fallimenti di videogiochi di Stato non possiamo ignorare “Gioventù Ribelle”. Quella volta la realtà insegnò a Giorgia Meloni che tra i suoi molti talenti mancava la capacità di valutare un buon videogioco. Questa ha spiegato alla sinistra (i fondi furono dati nel 2021, pieno governo Conte II) che no, mettere gli arcobaleni non trasforma il fango in cibo. E dico fango perché, dopotutto, resto un galantuomo…
Brian Curto
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