Narra un aneddoto medioevale che San Tommaso, all’inizio del suo ciclo di lezioni all’università di Parigi, usasse posare una mela sulla cattedra dicendo: “Questa è una mela. Chi non è d’accordo se ne può andare”.
C’è chi dubita che l’aneddoto sia vero, considerata la naturale mitezza del Doctor Angelicus, ma è sicuramente ben rappresentativo del realismo filosofico e gnoseologico del suo pensiero: il reale c’è ed è conoscibile attraverso la retta ragione.
Se invece ci guardiamo attorno e ricerchiamo, scavando anche in profondità, una radice ideologica comune a tutte le forme della sovversione rivoluzionaria – dal liberalismo ai residui del comunismo, dal trans-omosessualismo al femminismo, dall’odio anticattolico al transumanesimo, dall’antirazzismo al wokismo – potremmo trovarla nella radicale negazione della realtà, del reale che ci circonda ed è da noi visibile e descrivibile. E’ quel processo che sempre San Tommaso definiva “l’adeguarsi dell’intelletto alla cosa”.
Al contrario della dottrina cattolica di sempre (diverso purtroppo è il discorso per la Chiesa di oggi, ove, dal concilio vaticano II vediamo al suo interno il triste prevalere dell’eresia modernista, la summa di tutte le eresie, secondo San Pio X), il pensiero moderno, che ha generato le ideologie appena sopra citate, si basa sulla negazione della realtà, anche attraverso il disprezzo del reale, e in particolare dell’uomo.
C’è una radice gnostica, in tutto ciò: la credenza che il mondo, e l’uomo, siano stati creati non da Dio ma da un Demiurgo malvagio. Questa radice gnostica dell’odio per l’esistente è stata ben descritta, tra gli altri, da Eric Voegelin oppure, più vicino a noi, da Emanuele Samek Lodovici. Il disprezzo e la svalutazione valoriale dell’esistente, del Creato (“E Dio vide che era cosa buona”, afferma invece la Genesi riferendosi all’opera appena compiuta di Dio) genera “Il mito del mondo nuovo” (è il titolo di un bel testo di Voegelin) ed è alla base della Rivoluzione, intesa, seguendo Plinio Corrêa de Oliveira, come il processo del sovvertimento anti-metafisico della società ispirato da un odio tellurico e demoniaco. “Tutto ciò che esiste merita di perire” fa dire Goethe a Mefistofele nel suo Faust. E l’auspicio infernale viene ripreso da Engels: “Tutto ciò che nasce è degno di perire”.
Prendiamo la già citata, violenta, liberticida ideologia woke: i suoi menzogneri disvalori negano e mistificano la storia europea, negano la civiltà cristiana, negano il diritto naturale iscritto in ciascuno di noi, negano persino la realtà biologica. Interpellate, alla domanda: “cos’è una donna?”, intellettuali del mondo woke e femminista non hanno voluto rispondere, giudicando la domanda una provocazione. Non è una novità: decenni fa, la proto-femminista Simone de Beauvoir affermò che “donne non si nasce, si diventa”.
Per l’ideologia gender, la donna è semplicemente “un costrutto sociale”. E’ persino dovuta intervenire la Corte Suprema del Regno Unito per determinare che una donna è tale per il suo sesso biologico, e non per una pervertita “autopercezione”. Per restare sempre in Gran Bretagna, come non citare la famosa, paradossale profezia di Gilbert Keith Chesterton: “Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”. Ancora: se esiste una realtà di natura, questa è la famiglia ed è una sola, quella composta da un padre, una madre e, auspicabilmente, da figli. Eppure, per il mondo woke e gender, la famiglia non esiste: esistono “le” famiglie, quelle omosessuali, omogenitoriali, arcobaleno, allargate, “pluriamore”, provvisorie, intercambiabili e via pervertendo.
Le parole sono indispensabile per descrivere il mondo. Di più, le parole sono indispensabile anche per “pensare” il mondo. Chi perverte le parole, il loro significato, vuole modificare il nostro pensiero e, quindi, i nostri valori. E’ il caso, ad esempio, del termine “patriarcato”, negativizzato e criminalizzato delle femministe e dai semi-maschietti a loro asserviti per condannare quello che invece è stato un più che onorevole sistema sociale e familiare che ha informato per millenni la nostra civiltà greco-romana-germanica nata con gli Indoeuropei.
Prendiamo un altro recentissimo fatterello che non può non indurci al riso, sì, ma un riso amaro. Dopo una lunghissima discussione durata, secondo alcune fonti, almeno un decennio, il Parlamento, la Commissione e il Consiglio dell’Unione Europea hanno raggiunto un accordo sull’uso di alcune denominazioni (ne vengono citate ben 31) quali, ad esempio, manzo, vitello, pollo, oca, tacchino, filetto, bistecca, costina spalla, braciola, pancetta: potranno essere usate solo per prodotti carnei, cioè di provenienza animale.
Verrebbe da citare ancora una volta la frase più sopra di Chesterton, oppure Monsieur de La Palisse. Eppure si sono mobilitate le tre istituzioni che sovraintendono alla governance dell’UE per decidere l’ovvio. Sarebbe bastato chiederlo alla mitica, e ben più saggia, casalinga di Voghera. Ma questa costosissima pantomima politico-burocratica dei nostri Padroni di Bruxelles è stata necessaria per resistere alla potentissima e arrogante lobby eco-vegana che vorrebbe vietare la carne e imporci il new foodsponsorizzato dalle multinazionali della carne finta e del vero cibo-spazzatura: van bene anche gli insetti, basta che non sia vera carne.
Ma questa del buon senso e del buon gusto è stata una vittoria a metà: con sommo disprezzo della realtà, della verità e per la soddisfazione perversa di vegani, ecologisti, animalisti e via elencando, potranno invece essere usate denominazioni come hamburger, burger, salsiccia, nuggets per indicare prodotti plant based, cioè schifezze fatte con ogni cosa ma non con la carne. E’ come se qualcuno, nell’aula parigina di San Tommaso, si fosse alzato avesse urlato: “quella non è una mela, è baccalà alla vicentina”.
D’altronde, su cosa si fonda il mito fondativo del nostro disperato mondo moderno, cioè la democrazia? Su un’ipotesi dell’irrealtà, cioè l’uguaglianza degli uomini. E non la cristiana uguaglianza degli uomini davanti a Dio (ma non dimentichiamoci la parabola dei talenti, il più grande apologo evangelico a favore proprio della diseguaglianza), ma quella terrena degli uomini tra di loro, a prescindere dalle loro storie, caratteristiche innate, capacità e meriti. In questo senso il filosofo-contadino Gustave Thibon, cattolico e reazionario, ebbe a scrivere della “parodia democratica del cristianesimo”. E uno dei più grandi autori del ‘900, Jorge Luis Borges, definì causticamente la democrazia “un curioso abuso della statistica”. Forse è anche per questo che non gli diedero mai il Nobel della Letteratura, che pure strameritava.
Viviamo in quello che Solgenitsin definiva “il sistema della menzogna”. E che cos’è la menzogna se non una negazione o una distorsione, una perversione del reale? Riferendosi ai comunisti così scriveva: “Mentono. Noi sappiamo che mentono. E loro sanno che noi sappiamo che mentono. Ma non per questo cesseranno di mentire”. La frase può benissimo essere applicata anche ai liberal-progressisti di tutte le razze e di tutte le latitudini.
Alla luce di queste considerazioni, appare ovvio come la negazione della realtà rappresenti la forma più estrema, ontologicamente disperata, del nichilismo. Un nichilismo cupo, infernale, antiumano. Se si scava, è questa l’ideologia di fondo della sinistra. Citiamo ancora la frase, assai disvelatrice, di Engels: “Tutto ciò che nasce è degno di perire”.
Possiamo fare qualcosa per combattere questo male metafisico, demoniaco, della negazione del reale e quindi del trionfo della menzogna? Sì: innanzi tutto acquisire e trasmettere la consapevolezza della malvagità intrinseca del soggettivismo, del relativismo liberale e della sua dittatura richiamata da Benedetto XVI. E poi seguiamo ancora Solgenitsin quando ci indicava: “la non partecipazione personale alla menzogna: non importa se la menzogna copre tutto, ma almeno rifiutiamoci di dire quello che non pensiamo”.
Già: quanti si adagiano nel comodo conformismo dell’accettazione dell’ideologia vincente? Quanti, per timore della censura, del giudice o della riprovazione pubblica, accettano i falsi miti del regime che da Washington, Bruxelles o Roma ci vengono imposti: l’antifascismo, l’antirazzismo, il femminismo, la “condanna del patriarcato”, l’accettazione sorridente, accogliente e inclusiva delle più turpi perversioni sessuali e così via. Citiamo ancora Gustave Thibon: “Il nostro male più profondo risiede nell’irrealismo del pensiero e della condotta”. Lo scrive in un piccolo capolavoro di dottrina sociale significativamente titolato Ritorno al reale.
Antonio de Felip
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