A Milano torna ciclicamente un riflesso politico ormai prevedibile: quando emergono tensioni sociali – in questo caso il tema della casa e del costo della vita – la risposta è cercare risorse “in alto”, cioè nei contribuenti più ricchi. La proposta del Partito Democratico di introdurre una tassa comunale aggiuntiva per chi aderisce alla flat tax da 300 mila euro si inserisce perfettamente in questa logica. Il meccanismo è semplice: consentire ai Comuni di applicare un’aliquota extra tra il 12,5% e il 15%, con un gettito stimato per Milano tra i 5 e i 6 milioni annui. Una cifra non irrilevante per il bilancio comunale, ma nemmeno risolutiva rispetto ai problemi strutturali della città.
Il punto, però, non è tanto l’entità del gettito. È la narrativa che accompagna questo tipo di misure: l’idea che i “ricchi” contribuiscano meno del dovuto e che esista uno spazio fiscale inesplorato da cui attingere senza conseguenze. Se si guardano i dati reali delle dichiarazioni IRPEF, questa rappresentazione semplicemente non regge.
La distribuzione del prelievo in Italia è già fortemente progressiva, al punto da risultare estremamente concentrata. Le fasce di reddito più basse, che costituiscono una quota molto ampia dei contribuenti, versano una porzione minima dell’imposta complessiva. Al contrario, man mano che si sale lungo la scala dei redditi, il peso fiscale cresce in modo più che proporzionale. Le classi tra i 35.000 e i 55.000 euro, ad esempio, pur rappresentando poco più dell’11% dei contribuenti, sostengono oltre il 23% dell’intero gettito IRPEF. Ancora più evidente è il caso dei redditi sopra i 55.000 euro, che complessivamente sono una minoranza molto ristretta ma contribuiscono a una quota enorme delle entrate fiscali. I contribuenti sopra i 100.000 euro, in particolare, arrivano a versare da soli quasi un quinto dell’IRPEF totale pur essendo poco più dell’1% della platea.
Questo significa una cosa molto precisa: il sistema italiano non è neutro, ma già fortemente sbilanciato verso l’alto. I redditi più elevati non solo pagano di più in termini assoluti, ma pagano anche molto di più in termini relativi. Parlare quindi di “giustizia fiscale” come se esistesse uno squilibrio a favore dei ricchi rischia di essere una semplificazione che ignora la struttura reale del prelievo.
In questo contesto, l’idea di introdurre un’ulteriore tassazione locale su una categoria specifica – peraltro estremamente mobile – apre un altro tipo di problema, che non è teorico ma molto concreto: la reazione dei contribuenti ad alta capacità contributiva. Chi aderisce al regime della flat tax da 300 mila euro non è legato a Milano per necessità economica o lavorativa. Si tratta di soggetti che scelgono una giurisdizione sulla base di convenienza fiscale, qualità della vita e stabilità normativa. Intervenire aumentando il carico, anche in misura relativamente contenuta (parliamo di 37.500–45.000 euro aggiuntivi), introduce un segnale che va oltre l’importo: comunica che le condizioni possono cambiare e che il vantaggio fiscale non è garantito.
La New York Dem insegna
È qui che il dibattito milanese si collega a esperienze già viste altrove. A New York, la discussione su aumenti fiscali mirati ai grandi patrimoni ha prodotto un effetto noto: la crescente mobilità fiscale dei soggetti più abbienti. Il caso di Zoran Mamdani – diventato emblematico nel dibattito americano – richiama proprio questo rischio: quando il prelievo supera una certa soglia percepita, o diventa politicamente instabile, i contribuenti ad alta ricchezza non redistribuiscono, ma si spostano. E quando si spostano, il gettito atteso semplicemente scompare.
Il punto critico della proposta, quindi, non è tanto l’equità dichiarata, quanto l’efficacia reale. Se anche una quota minima di questi contribuenti decidesse di cambiare residenza fiscale, l’effetto netto per il Comune potrebbe diventare nullo o addirittura negativo. E questo senza considerare l’impatto indiretto: meno investimenti, meno consumi di fascia alta, minore attrattività complessiva.
Le fragilità di Milano
Milano oggi si trova in una posizione delicata. È una città che ha costruito negli ultimi anni una forte capacità di attrarre capitali e redditi elevati, ma che allo stesso tempo vive una crescente tensione sociale legata ai costi abitativi e all’accessibilità. Il problema è reale, ma la soluzione non può essere ridotta a un intervento simbolico su una platea ristretta. Anche perché i numeri dimostrano che quella platea è già oggi tra le principali finanziatrici del sistema.
Il rischio, in definitiva, è quello di inseguire un obiettivo di equità percepita sacrificando l’equilibrio complessivo. Il sistema fiscale italiano non soffre di un deficit di progressività, ma semmai di una base imponibile fragile e facilmente erodibile. Intervenire ulteriormente sulla parte più mobile e più tassata del sistema può produrre effetti opposti a quelli desiderati.
In definitiva, l’obiettivo non è far cassa. Non entrerà un euro e lo sanno. L’obiettivo è dare sfogo all’invidia sociale di una classe dirigente di burocrati che, perso il potere politico, ci tengono a trascinare nella miseria tutto il resto del paese. Non si tratta di proteggere i miliardari, quelli non hanno bisogno di protezione. Si tratta di impedire che facciano il deserto e decidano che i ricchi da tassare, fuggiti quelli veri, diventino quelli che nella vita hanno fatto qualcosa. Cioè chiunque tranne loro.
Brian Curto
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