Tra il 1941 e il 1943, mentre il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR) e poi l’ARMIR combattevano sul Don e sul fronte orientale contro l’Unione Sovietica di Stalin, la vita culturale italiana non conobbe la meschina isteria censoria che oggi imperversa nei nostri teatri, nelle sale da concerto e nelle università.
I teatri italiani continuarono a programmare e rappresentare opere di grandi autori russi — classici dell’Ottocento e del primo Novecento — senza che nessuno pensasse di cancellarli perché “nemici”. Anton Čechov, Lev Tolstoj, Fëdor Dostoevskij, ma anche autori del repertorio teatrale russo pre-rivoluzionario e sovietico in alcuni casi, restavano parte viva del cartellone.
Ci sono dittature e dittature
La censura teatrale del periodo fascista, centralizzata sotto la figura di Leopoldo Zurlo dal 1931 al 1943, era certamente presente e attenta soprattutto a temi morali, politici interni o che potessero ledere il prestigio nazionale.
Tuttavia, non arrivò mai alla grottesca cancellazione di un’intera tradizione culturale solo perché lo Stato italiano era in guerra contro l’URSS. Le traduzioni dal russo continuavano a circolare e le rappresentazioni teatrali di autori russi non vennero bandite in blocco. La cultura, pur nel contesto di una nazione in guerra, manteneva una distinzione tra il nemico politico-militare del momento e il patrimonio artistico di un grande popolo.
La russofobia tragicomica
Oggi, invece, basta che la Russia contemporanea sia coinvolta in un conflitto perché scatti la damnatio memoriae più ridicola e ipocrita della storia recente. Dal 2022 in poi, in nome della “solidarietà all’Ucraina”, teatri italiani e europei hanno annullato o ridimensionato spettacoli con musiche di Čajkovskij, balletti russi, opere di Dostoevskij e Čechov. Università (come quella di Milano) hanno messo in discussione corsi su Dostoevskij.
Direttori d’orchestra russi sono stati boicottati. Artisti russi esclusi da festival e manifestazioni. Tutto con la stessa logica ottusa: “se combatti contro la Russia di Putin, devi cancellare anche la Russia di Tolstoj”.
Questa non è antifascismo. Questa è barbarie ideologica.
L’Italia del 1941-43, pur impegnata in una guerra totale al fianco della Germania, non arrivò mai a questo livello di stupidità suicida. Riconosceva — con maggiore lucidità di quanto non faccia la nostra “democrazia” atlantista — che la grandezza di una civiltà non si misura con il passaporto del governo di turno, né si cancella con un decreto di conformismo geopolitico.
I nani e i giganti
La vera differenza non sta nel governo (fascista allora, liberale-globalista oggi), ma nella statura interiore. Allora esisteva ancora un senso della forma, della continuità storica e della sovranità culturale. Si poteva combattere contro l’Armata Rossa senza sentirsi in dovere di dichiarare guerra anche a Guerra e Pace o alle Tre Sorelle.
Oggi, invece, la sudditanza atlantica e il moralismo da salotto impongono di cancellare intere pagine della cultura europea solo perché non si allineano alla narrazione del giorno.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’Europa che rinnega se stessa, che si inginocchia davanti al politicamente corretto e che, pur di apparire “democratica”, diventa sempre più totalitaria nella sfera culturale.
Come Centro Studi e Ricerca Cittadella lo denunciamo con chiarezza: questa non è difesa della libertà. È l’ennesima dimostrazione che la “democrazia” liberale, quando si sente minacciata, ricorre alla censura molto più volentieri di quanto non facessero i “regimi” nei confronti dei loro grandi nemici dell’epoca.
Chi oggi cancella Čajkovskij o boicotta Dostoevskij non difende l’Ucraina: sta semplicemente umiliando l’Europa, rivelandone la debolezza spirituale e il totale distacco dalle radici.
La cultura non è un’arma di guerra. È il patrimonio di una civiltà. E una civiltà che rinnega i propri maestri per compiacere il padrone del momento ha già perso la battaglia più importante: quella per la propria identità.
La Buona Battaglia si combatte anche così: restituendo dignità alla memoria e rifiutando la barbarie censoria travestita da virtù.
C’è un abisso tra l’Italia di ieri e l’Italia falsamente democratica di oggi. Un abisso che si misura non solo sul campo di battaglia, ma nella profondità della coscienza culturale di un popolo.
CSRC Cittadella – Per Verità e Giustizia
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Concordo completamente. La cultura non può crescere con la censura!!