Il testo è tratto dalla raccolta delle Edizioni di Ar dal titolo “i testi di Ordine Nuovo” ed è originariamente apparsa sulla rivista di Ordine Nuovo “Noi Europa” nel 1967.
Lettera lunga e densa che Evola scrive a Giorgio Almirante in un momento in cui l’MSI inizia a diventare una compagine politica nazionale di rilievo e subisce in qualche modo la fascinazione delle sale del potere. Evola striglia Almirante e per estensione la dirigenza dell’MSI giudicata troppo desiderosa di nascondere i tratti più tradizionali della precedente esperienza fascista in favore di una nuova rincorsa a intercettare i voti delle classi lavoratrici e dei giovani.
E’ il 1967 dunque prima del maggio 68 e prima degli anni di piombo. Le parole di Evola assumono un aspetto quasi profetico della postura che l’MSI adotterà negli anni a venire.
Caro Almirante,
permetterai che usi lo stesso modo di interpellare che ci era abituale quando, molto tempo fa, ci si incontrava nella redazione de «Il Tevere» e della «Difesa della Razza», in queste righe ove vorrei riferire alcune impressioni del dibattito televisivo del 23 febbraio, di cui sei stato il centro.
Tu lo hai condotto in modo abile e «prudente», e nelle parole conclusive e coraggiose riguardanti l’atteggiamento che attribuisci al MSI non posso che essere d’accordo: «no deciso alla partitocrazia», dichiarazione «della fine, del crollo, del fallimento della democrazia parlamentare», «no a tutto ciò che venti anni or sono è stato presentato come frutto della liberazione». Ma in alcuni punti vi sono state delle oscillazioni e reticenze che hanno lasciato me e vari amici piuttosto perplessi. Indico brevemente l’essenziale.
Sebbene anche gli avversari hanno convenuto nel riconoscere la crisi del prestigio dello Stato italiano e l’urgente necessità di ripristinarlo, si ha una specie di complesso di angoscia nel parlare del principio di autorità, principio senza il quale il superamento della partitocrazia è impossibile, una struttura comunque gerarchica, in opposto a quella democratica, è inconcepibile e lo stesso ordinamento corporativo potrebbe presentare seri pericoli ed essere privo di un centro di gravità.
Ancora una volta sono stati tirati in ballo manganelli ed olio di ricino: e si è messa avanti la «violenza» come metodo specificatamente fascista. Ebbene, non sarebbe stato il caso di dire che una violenza chiama e giustifica l’altra, che quando lo Stato non ha la forza per opporsi alla sovversione e stroncarla, non vi sono altri mezzi per salvarlo, come quando in un organismo canceroso resta solo da ricorrere ad un intervento chirurgico?
Naturalmente, a Genova, a S. Paolo e in tante altre occasioni non vi è stata «violenza» contro gli agenti, condannati all’oltraggio e all’inazione, per ordine superiore: sono stati soltanto buttati fuori. La violenza – ti hanno detto – è cosa propria ai «fascisti» e non bisogna predicarla. Io avrei avuto piacere, invece di sentirmi dire: «io senz’altro la condanno», che avessi dichiarato che, dato lo stato attuale, santissima cosa sarebbe, ove possibile, l’insorgere di elementi sani della nazione sino a formare squadre d’azione per combattere la sovversione e distruggere i focolari, compresi quella di quegli sfacciati ricatti sociali e politico-sociali a catena che sono gli scioperi da noi ormai pandemici (piaccia o meno all’on. Roberti e a tutti coloro che anche all’interno del MSI brucano incenso dinnanzi al nuovo idolo, alla sacrosanta «classe lavoratrice»).
A chi ti ha chiesto di «liberarti dalla mentalità fascista» e di cessare di usarne oggi miti tu hai risposto che non ti senti il bisogno di liberarti di nulla, «quello che ero, come stato d’animo e mentalità, sono rimasto e lo rivendico», cercando solo di aggiornare le formule. Benissimo. Ma quando Scheneider fra le formule di ieri che «farebbero ridere» ha citato l’autarchia, il «libro e moschetto fascista perfetto», il «molti nemici, molto onore», la frase «la guerra sta all’uomo come la maternità sta alla donna», ecc. io direi che si sarebbero dovute mettere recisamente le cose a posto, facendo risultare la validità di atteggiamenti separabili dal loro modo di manifestarsi nel fascismo o in certo fascismo.
Si sarebbe dovuto affermare, senza mezzi termini, che l’autarchia nella misura in cui sia realizzabile malgrado le cosiddette «ferree leggi dell’economia», in via di principio sarebbe cosa validissima e un principio normativo, ed anche nelle presenti condizioni si dovrebbe essere disposti a pagare un prezzo magari un poco alto per assicurarsi un massimo di autonomia nazionale.
«Molti nemici, molto onore» – nulla da cambiare, per ogni uomo che ha una qualche fierezza. La formula col libro e moschetto può essere un po’ grossolana, ma se ci riporta all’ideale di un tipo nel quale la formazione intellettuale si unisca ad una formazione virile e guerriera, è da chiedersi che cosa vi sia da obiettare: qual è l’ideale della gioventù che l’Italia liberata ha saputo produrre o proporre?
Forse quello dei giovani ye-ye e beat, naturalmente di altissima levatura etica e morale?
E come la mettiamo col clima che sta producendo il moltiplicarsi pauroso della delinquenza e delle forme più piatte e sfasate di corruzione?
Pei rapporti analogici fra donna e maternità (o amore), fra uomo e guerra, nessun uomo e nessuna donna di «razza», degni di tale nome, avrebbero da ridire. Meglio forse che l’uno e che l’altra come ideale scelgano l’abbrutirsi nei trivi della «produzione» e del «lavoro» in una società sempre più meccanizzata e anodina, priva di ogni vero senso?
Pacifismo ad ogni costo e obiezione di coscienza questo è da riconoscersi come il più alto ideale di ogni umanità progredita?
Anche qui si sarebbero dovute dire chiare parole. Uno Jünger e altri hanno indicato le possibili dimensioni spirituali che perfino una guerra totale moderna possono presentare. Dimenticavo, però, che, naturalmente, una guerra possono farla solo i capitalisti e gli imperialisti. Nel Vietnam, ad esempio i comunisti e i guerriglieri «non fanno la guerra, fanno l’amore». E via dicendo.
Slogan Ridicoli?
Così anche di fronte a quella elencazione di slogan «ridicoli» di ieri non ci si sarebbe dovuti per nulla impressionare e partitamente avresti dovuto rivendicare il valore che, indipendentemente da formulazioni eventualmente poco felici o superate, hanno certi principi e certi ideali, oggi non sostituiti da nulla. Un certo scalpore ha suscitato, or non è molto l’uscita in una rivista che pretende di non essere antifascista di un articolo su «Addio al fascismo» il cui spirito era più o meno lo stesso di chi ti ha invitato ad abbandonare quelle parole d’ordine «piuttosto grottesche».
La fonte dell’equivoco è sempre lo stesso: avendo in vista il fascismo solo come un fatto storico limitato e condizionato, non ci si cura di procedere, come io stesso ho cercato di fare nel mio «Saggio sul fascismo dal punto di vista della Destra»: di separare i principi dalle forme nelle quali essi nel fascismo possono essersi manifestati.
Si prende assurdamente il fascismo come un tutto che comincia e finisce in se stesso nelle sue condizionalità storiche per esaltarlo o per denigrarlo, e anatomizzarlo. Se la tua risposta, caro Almirante, di non voler rinnegare nulla e di voler solo cercare le forme in cui ciò a cui hai creduto può essere adattato ai tempi merita ogni riconoscimento, ti sei trovato, però, su un terreno piuttosto infido, dove la tua reazione, permettimi di dirlo, è stata deludente, quando un interlocutore ti ha chiesto se dal repertorio della dottrina fascista da non rinnegare e conservare, fa parte la teoria della razza e quando ha voluto sapere come tu e gli altri spiegate alla gioventù attuale, l’orientamento corrispondente del fascismo.
Ebbene tu hai risposto che la spiegazione da dare alla gioventù deve essere puramente «politica» nel senso empirico e contingente, e che, quanto alla corrispondente teoria, alla quale hai riconosciuto di aver a suo tempo aderito, tanto da essere il redattore capo di «La difesa della razza», essa appartiene a qualcosa che hai «completamente superato, per ragioni umane, per ragioni concettuali». Ciò non è altro che un poco simpatico cedimento, dovuto ad un equivoco. Tu avresti dovuto chiedere subito: Che intendete per razzismo?
E la risposta, manco e dirlo, sarebbe stata quella di chi identifica pesantemente il razzismo con l’antisemitismo fanatico, coi campi di sterminio degli ebrei ecc. Sebbene, allora avresti potuto rilevare, anzitutto, che in questione è il razzismo italiano, fascista, il quale, in fatto di persecuzioni antiebraiche, fu (fino al momento del tradimento dell’Italia) davvero all’acqua di rose, e al quale non si possono rinfacciare quegli eccessi che, nella misura in cui sono stati davvero accertati in Germania, sono deprecabili e hanno valso solo ad offrire armi agli avversari.
Ciò posto, avresti dovuto dire che nel razzismo il problema ebraico rientra nelle applicazioni possibili e comunque nel fatto negativo, difensivo, ma che il razzismo ha anche aspetti positivi, costruttivi, che sono poi quelli che Mussolini aveva essenzialmente in vista. Il primo, era la difesa dal meticciato e il rafforzamento del senso di dignità della razza bianca della nostra nazione di fronte ai popoli di colore: e questo aspetto, caro Almirante, avresti dovuto dire che oggi, data la vergognosa capitolazione dei popoli europei e la psicosi anticolonialista (che ha portato fino al caso inaudito della Inghilterra che fa causa comune coi negri contro la popolazione bianca della Rhodesia) non solo non è superato ma è attuale quanto mai, se ad un raddrizzamento dell’Europa è ancora il caso di pensare.
Il secondo aspetto positivo del razzismo è lo sforzo di propiziare la formazione, nella sostanza della nazione, di un uomo nuovo, di un tipo superiore, pel quale si potrebbe usare l’espressione «uomo di razza» in un senso generalizzato e qualitativo, non biologico e fisico. Ed è per questo aspetto, che Mussolini, il quale sognava di formare un’«Italia romana» dalla precedente «Italietta», con riferimento ad uno stile che sarebbe stato desiderabile trovasse la sua espressione anche in una nobiltà e purezza somatica, si avvicinò al razzismo.
A controprova di ciò, ossia della sensibilità di Mussolini (che a tale riguardo molti nello stesso MSI vorrebbero irrispettosamente far passare per un succube e un semplice imitatore dei tedeschi), per questi aspetti positivi del razzismo, del tutto separabili dall’antisemitismo fanatico, si può addurre l’interesse particolare che egli concesse alle teorie che in tal senso io stesso avevo formulato, opposte al razzismo volgare, a base spirituale, cosa che, come ricorderai, caro Almirante, allarmò assai l’ambiente dei razzisti di «Difesa della Razza», il quale cercò in ogni modo di mettermi il bastone tra le ruote.
Una volta chiarito tutto ciò, credo che tu non avresti avuto bisogno di rinnegare nulla, avresti potuto dire che proprio esigenze del genere, prese nel loro lato più serio, oggi anzi sarebbero attuali quanto mai, perché quanto mai oggi la «razza» italiana è sfaldata, prostrata, priva di spina dorsale, senza una linea e un qualche superiore interesse come del resto hai notato quando hai parlato del problema costituito dal fatto che, malgrado la situazione favorevole in teoria, il MSI non acquista terreno, non ha ancora un seguito che lo aiuti a vincere la sua battaglia.
Quando all’invito, che ti è stato fatto, di includere il diario di Anna Frank nella biblioteca della scuola del Partito, se hai potuto dire di non aver nulla in contrario, avresti dovuto però aggiungere che esso, e analoghi documenti, sempreché autentici, sarebbero stati messi vicini a adeguate documentazioni su Dresda, Hiroshima, sulle fosse di Katyn, sugli stupri e i massacri in massa durante l’avanzata dell’armata Rossa nella Germania orientale, ecc.
Quanto agli Ebrei, essi nell’ultimo periodo si sono presentati in veste di martiri. È però, da chiedersi che cosa farebbero qualora essi avessero un potere assoluto. Come esemplificazione, avresti potuto chiedere ai tuoi interlocutori se sanno che cosa significa Purim.
Essi naturalmente non lo avrebbero saputo e tu avresti spiegato che questo è il nome di una festa nazionale di tutti gli ebrei nei quali essi festeggiano e continuano a festeggiare – che cosa? – il massacro di quasi centomila nemici degli ebrei compiuto dagli ebrei quando, soggiacendo alla sensibilità della razza ebrea Ester, il re Assuero lasciò loro le mani libere. E se si pensa alla densità della popolazione del mondo di allora, i centomila trucidati equivalgono quasi come proporzione, agli ebrei che effettivamente hanno lasciato la vita nei campi di concentramento nazisti.
E un’altra cosa avresti potuto chiedere, ai tuoi interlocutori, caro Almirante, se sanno cosa significa il termine ebraico herem; avresti spiegato che esso, nell’Antico Testamento, designa il precetto divino di distruggere, nella conquista della cosiddetta terra promessa, completamente, ogni cosa in date città: né saccheggiare né stuprare le donne, ma sterminare e sgozzare tutti.
MSI immobile
Naturalmente si dirà: queste sono cose di altri tempi! Oggi viviamo in una società civile. Lo si vede. È l’eterna illusione degli adepti del mito progressistico-umanitario ottimista. In realtà, nihil sub soli novi: l’uomo è sempre lo stesso; in lui esiste e sempre esisterà la capacità sia di elevarsi in altezze luminose sia di essere attirato dagli abissi. Le deprecabili persecuzioni subite dall’ebreo non autorizzano a far di lui un essere sacrosanto, sintesi di ogni virtù, a cui ci si debba avvicinare solo con venerazione.
Altre cosette potrebbero venire rilevate, ma non è il caso che qui mi dilunghi oltre. Il punto più interessante nel dibattito è forse stato il riconoscimento, anche da parte dei tuoi interlocutori, del lato misterioso del fatto che il MSI «non si muove», mentre tutte le circostanze (analoghe, in parte, a quelle della situazione in cui trovò l’Italia dopo la prima guerra mondiale e che imposero una riscossa nazionale) sarebbero favorevoli per una sua ascesa, dato il disagio generale.
A parte il resto, non si dovrebbe però indicare anche, come una delle cause lo spettacolo frequente e poco edificante delle beghe interne nel MSI, del personalismo, delle lotte spesso senza esclusione di colpi e degli antagonismi fra certi dirigenti del Partito?
Non sarebbe il caso di mettere infine la testa a posto, e, presso ad una formulazione impersonale precisa e priva di compromessi della dottrina, far valere all’interno del MSI quei principi di unità, di disciplina, di antiburocraticismo e di ordine che si invocano pel reggimento della cosa pubblica?
Dopo questa ripresa, sia pure soltanto epistolare di contatto, dopo più di due decenni, i miei cordiali saluti e auguri.
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