Il senso di vuoto come Zeitgeist del nostro tempo
Il significato tecnico di cortocircuito indica l’aumento eccessivo, o il sovraccarico di corrente all’interno di un impianto elettrico quando si verifica l’annullamento di resistenza tra due punti a diverso potenziale. Esiste poi un senso figurato del termine, che va oltre la materia elettrotecnica, e che viene spesso utilizzato per indicare quella situazione in cui il pensiero logico subisce un’interruzione, ovvero quando il soggetto è disorientato e il ragionamento perde il percorso necessario per arrivare a una conclusione logica. In questo caso il cortocircuito può verificarsi con il sovraccarico di stress, e di conseguenza gli individui possono perdere la lucidità e possono essere sopraffatti dal panico, il quale si impadronisce della mente, portando il soggetto a cadere nell’errore, in un risultato sconclusionato.
Nella lingua tedesca il termine Zeitgeist indica quello che possiamo definire come sentire comune, o per usare un’espressione accademica spirito del tempo, ovvero quella tendenza culturale che si manifesta in una determinata epoca storica attraverso i campi dell’agire umano e che influenza l’intelletto umano e i suoi comportamenti, una manifestazione tutt’altro che astratta ma bensì un’entità reale che prende corpo nel quotidiano.
In questi mesi ho avuto modo di confrontarmi con alcuni miei coetanei a cui ho chiesto quale fosse la loro percezione del momento storico che stiamo attraversando, cercando di intravedere attraverso questi dialoghi quale potesse essere lo Zeitgeist, se avessero mai avvertito un profondo senso di vuoto, se avessero mai sperimentato quella sensazione di limite, di un malessere giovanile, come viene definito, e di quel senso di soffocamento che blocca il respiro, di quel pensiero intrusivo che ti rovina addosso, che ti stritola la mente e ti costringe immobile con lo sguardo fisso nel vuoto.
L’articolo vuole essere una sincera esposizione di quelli che sono i punti di vista delle generazioni più giovani, strutturato sul semplice formato di domanda e risposta, senza un giudizio di valore in merito al contenuto. Quanto segue è l’estratto di una di queste conversazioni.
R. «Raccontami la tua esperienza di senso di vuoto, quella percezione di disorientamento nonostante le opportunità, le occasioni e le potenziali prospettive di successo che questo modello di vita e di società sembrano offrire».
M. «I desideri possono anche fotterti. Non pensavo potesse essere così tanto vincolante, ricordo che per un periodo avevo perso la forza di alzarmi dal letto, anche solamente sollevare la testa richiedeva uno sforzo sovrumano, quel rettangolo di lenzuola era diventato il mio posto nel mondo, la mia stanza era un rifugio di speranza, uscire mi terrorizzava, oltre quelle quattro mura non riuscivo a concepire una vita, tutto poteva ruotare intorno a quei pochi oggetti che arredavano quel riparo dove sapevo come sopravvivere, mi sarei ingegnato, tutto pur di non varcare la soglia della porta.
Nella mia mente nessuna prospettiva riusciva a prendere corpo, era come se i poli magnetici della terra si fossero improvvisamente invertiti, nel mio campo visivo non c’era altro che disordine, non esisteva più la cognizione di causa, il rapporto logico di causa-effetto era dissipato, vivevo in una dimensione atemporale, i mesi, le settimane, i giorni, i minuti e persino i secondi si erano rivelati per quel che realmente sono, una convenzione umana, un canone esistenziale finalizzato a fornire un senso alla vita attraverso la cadenza temporale, e quest’ottica non mi apparteneva più, troppe volte avevo rincorso me stesso, inseguendo il tempo, le persone e gli oggetti, la materialità di una vita che trasudava abbondanza in ogni angolo di quotidianità, e ciononostante mi sentivo comunque vuoto, insensato, anche dopo aver raggiunto gli “obiettivi” che mi ero prefissato; era come se dietro ogni azione non ci fosse nessuno scopo; in egual misura ciascuna di quelle azioni era finalizzata a se stessa, e da allora quella domanda è diventata sempre più insistente: perché lo faccio?
Ed è così che il mio spazio vitale si è lentamente ridotto sempre di più, i confini arretravano e io indietreggiavo, ogni giorno la conformazione del terreno di mia competenza si riduceva, fino al punto che un giorno ho aperto gli occhi e ho sentito che quella stanza, la mia camera, sarebbe stata la mia alcova, un’isola di pace e benessere, mentre intorno a me fluttuava un oceano di incognite e paure che non avrei mai affrontato, preferivo restare lì e osservare quell’immenso blu dall’altra parte del muro, seduto sul bagnoasciuga, in compagnia dei miei libri, che sarebbero diventati i miei falò notturni, docili fonti di calore e sollievo per affrontare la rigidità delle ore di buio; sapevo come saziare i miei semplici bisogni, avevo gradualmente ridotto le aspettative, la competizione non esisteva più, l’invidia era sepolta sotto strati di rancore e rabbia che riuscivo a sfogare con le sigarette; certo, non può considerarsi salutare, ma era come se ad ogni boccata un pizzico di invidia svanisse con il fumo, e in qualche modo mi sentivo a mio agio, la dimensione che mi ero ritagliato era soddisfacente, niente alimentava la speranza, e tanto i desideri erano svaniti quanto le illusioni erano assenti, e con loro le disillusioni, e di questo ero grato a me stesso, o a chissà quale evento che aveva incrociato la mia strada.
Sai, ogni tanto ci penso ancora, forse è stato un cortocircuito a determinare un cambiamento così drastico, avevo probabilmente raggiunto e superato il carico emotivo che questa macchina [N.d.A. il corpo] è in grado di sopportare, ma è stata una reazione inconscia, la parte razionale avrebbe continuato a tenere il timone, senza prestare la minima attenzione ai consumi della macchina, all’usura della materia, e se ci pensi è un grave errore di valutazione da parte dell’intelletto, perché da ciò che è razionale ti aspetti un segnale altrettanto logico. A questo cortocircuito dovrebbe accompagnarsi una riflessione: esiste una strada alternativa? Questa domanda ronza ancora nella mia testa, perché posso affermare che da quel momento ho vissuto sul mio corpo il vero significato del concetto di palingenesi».
R. «Spiegati meglio: che cosa intendi?»
M. «Come posso dire, per me era come vivere una nuova vita, e in quella quotidianità di reclusione ero in grado di stare in piedi, e non parlo in senso fisico, ma sul piano della mente, o della psiche, come direbbe qualcuno, vivevo e non sentivo più il pericolo di inciampare e cadere, quella era la mia nuova stabilità, che a volte esprimevo anche ballando, da solo, nella stanza, sulle note leggere di una canzone che mi permetteva di viaggiare con la fantasia, in un altrove immateriale ma sufficiente».
R. «Sono curioso: qual era questa canzone?»
M. «Vuoi saperlo? Non sarà difficile indovinare:
Though nothing
Will drive them away
We can beat them
Just for one day
We can be heroes
We can be heroes
We can be heroes
Just for one day»
Riccardo Giovannetti






































































