Quando la sinistra sposa l’aristocrazia
L’articolo di Masala all’esternazione, su “La Nazione” di Firenze, del Conte Guicciardini ci induce a una riflessione. Il Conte, affacciato al balcone del suo palazzo, deve aver finalmente trovato la sua classe politica di riferimento. Non più una sinistra che si sporca le mani nelle officine, ma una compagine che, tra un brindisi a base di Champagne e un cenno d’intesa con i palazzi del potere globale, si dedica a preservare il decoro urbano – il loro, s’intende – contro l’invasione dei “villici” in infradito.
L’aristocrazia del parassitismo dorato
È la consacrazione definitiva della gauche à caviar, quella specie rara che abita l’attico mentre pontifica sui problemi del condominio planetario. Sono gli architetti del grande svuotamento nazionale, coloro che hanno delocalizzato le fabbriche in Olanda e la coscienza in qualche circolo esclusivo. E mentre l’economia nazionale veniva smantellata pezzo per pezzo dai vari Prodi, Draghi e dalla lunga teoria di “tecnici” insigniti della Legion d’onore, questa aristocrazia moderna ha saputo mantenere una coerenza ammirevole: quella del parassitismo dorato.
L’ipocrisia dei palazzi contro la classe media
Il gioco è scoperto, ma va recitato con classe. Si urla allo scandalo per l’overtourism, si strappano le vesti per il tessuto sociale stravolto, dimenticando che quel tessuto lo hanno sfilacciato proprio loro, decennio dopo decennio, con politiche di austerità, tasse asfissianti e la distruzione del lavoro. Hanno costretto la classe media a trasformare la casa di famiglia in un B&B per non finire sul lastrico, e ora, con un’ipocrisia che rasenta l’arte, vorrebbero togliere pure quella ciambella di salvataggio.
Immigrazione e ingegneria sociale: il “divide et impera”
Per questi nuovi gerarchi dell’economia globalista, il popolo non è altro che un fastidioso rumore di fondo. Ecco allora che la narrazione vira sull’immigrazione incontrollata, utilizzata come strumento di ingegneria sociale per atomizzare le comunità, sostituire le identità e mantenere le masse in uno stato di costante precarietà. È la strategia del “divide et impera” versione 2.0: finché il cittadino è impegnato a difendere il proprio quartiere, non alzerà mai lo sguardo verso i veri responsabili. D’altronde, i nostri eroi sono sempre sopra, mai in mezzo.
L’azione necessaria: remigrazione e riconquista
È giunto il momento di smetterla di subire la morale di chi ha trasformato la Patria in una colonia di rendita. La risposta non sta nel piagnisteo, ma nel coraggio di rompere questo schema. La remigrazione non è solo una necessità vitale per ripristinare l’ordine e la sicurezza, ma è l’unico modo per sottrarre a questi signori la leva delle masse disperate. Riconquistare la dimensione comunitaria significa togliere la terra sotto i piedi a chi ha costruito il benessere sulla nostra rovina: non resta che mandare a casa il ticket del declino.
Redazione
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