Al Senato, nella Giornata internazionale per il contrasto ai discorsi d’odio, è andata in scena l’ennesima puntata della campagna per “disarmare le parole”. È stato lanciato l’appello: mettere al bando il termine “remigrazione”, perché evocherebbe “deportazione di massa su base razziale” (dove lo hanno letto di preciso non ci è chiaro, la proposta è alla luce del sole) e contraddirebbe i principi costituzionali. Una proposta che, presentata con l’autorità di chi è senatrice a vita, mira a purificare il lessico politico da ogni termine che non si allinei alla narrazione dominante sull’immigrazione.
Non si tratta di un episodio isolato, ma di un tassello preciso nella più ampia guerra delle parole che caratterizza la modernità. Chi controlla il linguaggio controlla il pensiero: lo sapevano bene Orwell e, prima di lui, i vari pensatori Cattolici che hanno smascherato il potere sovversivo della menzogna.
Il nominalismo come arma politica
Nel mondo tradizionale, la parola non è un flatus vocis arbitrario, ma veicolo di realtà. Il logos greco, il verbum cristiano, il nama indo-europeo: il nome dice l’essenza della cosa. Quando invece il linguaggio diventa strumento di potere, come nella nostra epoca, si inverte il rapporto: non è più la realtà a generare il nome, ma il nome a plasmare (o cancellare) la realtà.
La proposta di bandire (anche se sarebbe più corretto dire maledire) la parola “remigrazione” è l’esemplare perfetto di questo meccanismo. Il termine, nella sua radice etimologica limpida (re- + migratio), indica semplicemente il movimento di ritorno verso il luogo d’origine. Nella sua accezione politica contemporanea, designa un insieme di politiche – incentivi al rientro volontario, rafforzamento dei rimpatri, difesa dell’identità demografica e culturale – volte a invertire processi di sostituzione etnica e culturale documentati da dati demografici inoppugnabili. Chiamarlo “deportazione di massa su base razziale” è un’operazione retorica che trasforma una legittima opzione politica in un tabù morale.
Così si criminalizza non un’azione, ma una parola. Non si discute se sia lecito o meno, in una democrazia sovrana, porre limiti all’immigrazione di massa, favorire il ricambio demografico inverso o privilegiare la coesione culturale del popolo che ospita. Si vieta il termine che la nomina, sperando che, scomparso il nome, scompaia anche il concetto.
La criminalizzazione del lecito
Questo è il cuore della questione: la progressiva criminalizzazione di ciò che non è criminale. La remigrazione, nelle sue formulazioni più serie (quelle che distinguono tra irregolari, non integrati e cittadini di pieno diritto), non invoca violenza né discriminazione arbitraria, ma il diritto elementare di ogni popolo a mantenere la propria fisionomia storica e spirituale. È il principio di differenza che ogni cultura ha sempre riconosciuto: ogni organismo ha un’identità che va preservata, non diluita in nome di un universalismo astratto.
Bandire la parola significa affermare che certi problemi non possono nemmeno essere nominati. È la versione contemporanea della damnatio memoriae: non solo si cancella il passato, ma si impedisce di descrivere il presente. Il risultato è una democrazia mutilata, dove il dibattito politico si riduce a un’unica narrazione consentita, mentre chi osa usare termini “proibiti” viene relegato nel cono d’ombra dell’odio.
Nell’era della quantità in cui viviamo, la qualità – le differenze qualitative tra popoli, culture, civiltà – viene sacrificata sull’altare dell’omogeneizzazione. La guerra delle parole è lo strumento principe di questa dissoluzione. Si sostituiscono concetti precisi con eufemismi edificanti (“inclusione”, “diversità”, “accoglienza senza se e senza ma”) e si demonizzano i termini che richiamano la concretezza: frontiere, identità, rimpatrio, sovranità, remigrazione.
Verso una riconquista del linguaggio
Ora però non bisognerà cadere nella volgarità reattiva. Deve invece esserci una battaglia per riconquistare il linguaggio con rigore e profondità. “Remigrazione” non è uno slogan becero: è un concetto politico che affonda le radici nella consapevolezza che un popolo non è un hotel a rotazione, ma una continuità storica, biologica e spirituale.
Difendere la possibilità di nominare questa realtà non è odio, ma verità. È resistenza alla neolingua che vuole rendere impensabile ciò che è semplicemente naturale: il diritto di esistere come popolo distinto in un mondo di popoli distinti.
Chi parla di “disarmare le parole” dovrebbe sapere che le parole non si disarmano bandendole: si disarmano restituendo loro il legame con la verità delle cose. Altrimenti si peggiorano soltanto le cose, generando davvero fraintendimenti e scontri che nessuno evoca, ma che all’estero sono già realtà.
Sergio Saraceni
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