Mentre il Nord Europa va in saturazione, l’Italia regola sviluppo e recupero termico: ma la vera incognita rimane il deficit energetico
La tentazione del “no a prescindere”
L’arrivo massiccio dei data center nel nostro Paese ha riacceso una riflessione indispensabile. Ormai basta la parola “infrastruttura” per veder scattare la solita reazione di pancia: comitati spontanei, allarmismo e una propaganda pseudo-ecologista pronta a schierarsi contro qualsiasi opera moderna. C’è però una distinzione fondamentale tra chi denuncia legittimamente le criticità basandosi sulla realtà e chi invece cavalca la protesta a occhi chiusi, importando di sana pianta numeri, immagini e modelli che appartengono agli Stati Uniti o ai paesi liberisti del nord Europa.
Dire “meglio senza data center” è una scorciatoia seducente, ma bisognerebbe dire chiaramente cosa comporta. Equivale a dire che si starebbe benissimo senza automobili: niente traffico, zero incidenti, aria purissima e niente asfalto. Tuttavia, se fermassimo la circolazione per un mese, ritroveremmo il Paese catapultato indietro di un secolo. Lo stesso identico principio vale per la potenza di calcolo: rinunciare ai data center significa rinunciare alla sanità digitale, alla sicurezza nei pagamenti, alla ricerca scientifica, alle difese cibernetiche e allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Regole d’avanguardia: quando l’Italia dimostra di non dover invidiare nessuno
La narrazione che ci dipinge costantemente come gli ultimi della classe rispetto a un Nord Europa infallibile crolla di fronte ai fatti. L’Irlanda ha autorizzato la costruzione di impianti per dieci anni in totale deregulation, e oggi i data center assorbono il 23% dell’energia elettrica nazionale. Metropoli come Francoforte, Londra, Amsterdam e Parigi sono giunte a saturazione e non hanno più margine di manovra energetico. In Italia ci stiamo muovendo in modo decisamente più strutturato, dimostrando un pragmatismo che smonta i complessi di inferiorità di molti oicofobici locali.
A differenza delle vecchie strutture d’oltreoceano dotate di enormi torri d’evaporazione ad alto consumo idrico, i nuovi centri italiani utilizzano circuiti chiusi dove l’acqua viene immessa e riciclata internamente. Sul piano normativo, la Lombardia ha tracciato la strada con la prima legge regionale specifica. La norma vieta il prelievo da acquedotti d’acqua potabile e disincentiva fortemente il consumo di suolo verde: chi costruisce su terreno agricolo paga contributi di urbanizzazione raddoppiati o triplicati, mentre chi rigenera aree dismesse ottiene significativi sconti fiscali.
Parallelamente, la legge quadro nazionale punta a definire regole chiare e uniformi prima che il territorio venga saturato senza pianificazione.
L’energia di scarto diventa risorsa: l’esempio di Milano
Uno degli aspetti più virtuosi di questa nuova stagione regolatoria riguarda l’economia circolare applicata all’energia termica. Il calore di scarto generato dall’elaborazione dei server smette di essere un problema di smaltimento per diventare un’opportunità di riscaldamento per le città.
L’accordo industriale stretto tra A2A ed Equinix per il campus di Settimo Milanese rappresenta uno dei progetti di recupero termico più imponenti d’Europa al di fuori della Penisola Scandinava. A regime, l’infrastruttura recupererà circa 225 GWh termici all’anno grazie a pompe di calore ad alta efficienza. Questa energia servirà a scaldare oltre 21.000 abitazioni, incrementando del 20% la quota di calore decarbonizzato nella rete di teleriscaldamento di Milano. Quando la tecnologia viene gestita con visione istituzionale, l’impatto ambientale si riduce drasticamente a vantaggio dei cittadini.
Il vero nodo? la carenza elettrica
Sarebbe tuttavia miope nascondere il vero punto critico che rischia di frenare questo sviluppo: la carenza strutturale di energia elettrica. La trasformazione digitale richiede un’imponente quantità di Megawatt h24. I 720 MW oggi attivi nel Paese (con oltre 500 concentrati nella sola Lombardia) sono destinati a moltiplicarsi rapidamente.
Qui emerge la contraddizione di fondo causata da decenni di politiche ecologiste e ideologiche, che hanno portato al definitivo smantellamento e rifiuto dell’energia nucleare in Italia. Senza una fonte di base continua, indipendente dalle variabili atmosferiche e geopolitiche, la rete elettrica rischia di trovarsi sotto forte pressione. Il vero ostacolo per l’Italia del futuro non sarà la mancanza di leggi o di tecnologie sostenibili, ma il conto salato di scelte energetiche del passato che oggi rischiano di mettere a dura prova la nostra sovranità.
Unopercento
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