A Lido degli Estensi, nel Ferrarese, un ragazzo di quindici anni in vacanza con la famiglia digita il 112. La fidanzata lo ha lasciato. Non grida insulti, non minaccia ritorsioni teatrali. Dice soltanto: «Temo di perdere il controllo». Pensa a gesti estremi. Dall’altra parte del telefono un carabiniere della centrale di Comacchio non chiude la chiamata, non la inoltra freddamente. Parla. Per più di dieci minuti. Rassicura, ascolta, convince il giovane ad aspettare in strada i soccorsi.
La chiamata ha salvato un’anima. E ha smentito il buonismo
C’è un ragazzo di quindici anni che digita il 112 e dice: «Temo di perdere il controllo». La fidanzata lo ha lasciato. Dentro di lui qualcosa si è spezzato. Non è un gesto istrionico, non è un capriccio da social. È il grido di chi, all’improvviso, si sente sospeso sul vuoto. E dal vuoto, per un istante, contempla di gettarvisi.
Dall’altra parte del telefono c’è un carabiniere. Non un psicologo da talk-show, non un educatore sentimentale, non un’influencer che parla di “cura di sé”. Un uomo che parla, ascolta, rassicura per più di dieci minuti una persona fragile. E quel ragazzo torna dai genitori. Nessun ospedale, nessuna orribile notizia. Nessun gesto estremo è stato compiuto. Per la fortuna di tutti è stata solo una telefonata.
Però questo episodio non è soltanto una notizia di cronaca con una conclusione a lieto fine. È uno specchio. E lo specchio riflette una generazione che cresce senza sapere più cos’è la vita.
Non viene più insegnato il valore cristiano dell’esistenza. Non si dice più che la vita è un dono, che è sacra, che non appartiene interamente a chi la riceve. Non si ricorda che questa vita è “militia super terram”: campo di battaglia, non un parco giochi. Che l’uomo è chiamato a combattere, a resistere, a portare la propria croce, non a disfarsene al primo dolore. I giovani crescono senza questa consapevolezza. Crescono in un mondo che ha sostituito il significato con il comfort, la virtù con l’emozione, la responsabilità con il diritto a “sentirsi bene”. E quando l’emozione crolla — e l’amore adolescenziale è fragile per natura — resta il vuoto. Un vuoto che non sa più chiamarsi disperazione, ma solo “perdere il controllo”.
Quel quindicenne ha avuto la grazia di capire di avere bisogno di parlare. Ha avuto la coscienza, ancora viva, di cercare un aiuto esterno invece di chiudersi nel silenzio. Dall’altra parte del filo ha trovato non un algoritmo, non un numero verde anonimo, ma un uomo capace di empatia concreta, di presenza, di parola matura. Non di pietismo. Di presenza. Questo è già un piccolo miracolo in un’epoca in cui la relazione umana è spesso ridotta a scambio di messaggi.
Qualcuno farà la solita domanda: “Perché si arriva a questo punto?”. La risposta è sempre la stessa: Perché mancano gli esempi. Perché manca la virilità intesa non come posa, ma come capacità di reggere il dolore, di proteggere, di dire “no” alle derive, di stare in piedi anche quando si viene sconfitti. Perché è scomparsa la conoscenza della Dottrina Cattolica, che per secoli ha dato ai giovani un orizzonte, un ordine, un senso del limite e della grandezza. I ragazzi di oggi sono sempre più annichiliti, svuotati di identità e di essenza. Imitano ciò che vedono nei programmi televisivi, nei reel, nelle storie di relazioni tossiche dove uno è totalmente sottomesso e l’altro esercita un potere malato, oppure dove la violenza diventa l’unica grammatica possibile. E a volte, in quelle relazioni nate già deformi, si muore davvero. Non solo metaforicamente.
La cultura dominante ha sostituito la formazione del carattere con quintali di “educazione sentimentale”. Ha riempito le ore di parlato buonista, di discorsi sulla “fragilità”, di celebrazioni della vulnerabilità come se fosse un’identità. Ma la verità è più dura: i quintali di educazione sentimentale non fanno la salvezza di una vita. Spesso ne preparano la fine. Ore e ore di reel e di programmi televisivi buonisti non salvano un ragazzo di quindici anni dal volersi togliere la vita. La parola amichevole e allo stesso tempo matura, invece, sì. Quella che non confonde il dolore con un diritto, che non trasforma ogni crisi in un’opportunità di vittimismo, che ricorda — senza retorica — che esiste un oltre, un compito, una battaglia da combattere.
Menomale che in questa storia a lieto fine a morire sia stata una parte del buonismo mainstream e non un giovane ancora inconsapevole. Menomale che, per una volta, abbia vinto la presenza concreta di un adulto capace di ascoltare e di reggere la situazione, invece della retorica che lascia soli i ragazzi con il loro vuoto.
La vita è ancora militia. Chi lo ricorda, si salva e forse salva. Chi lo dimentica, si abbandona e sicuramente abbandona anche altri.
Sergio Saraceni
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Ringraziamo Dio, la cui voce parla e rende buoni e saggi uomini come questo carabiniere che, come un Papà, ha dato amore e speranza a un ragazzo in preda a negative emozioni, frutto di un nichilismo devastante proclamato da falsi maestroni come tale Guccini