La scelta dell’Islanda e il paradosso italiano
L’Islanda, non fosse per le ragioni estrinseche di natura geografica e strategica attribuitele dalle grandi potenze, piccolo paese del nord artico perfettamente marginale, con i suoi 400.000 abitanti scarsi (più o meno il Comune di Bologna) e il suo PIL di ca. 35 miliardi di euro (la Provincia di Padova), ha votato no alla riapertura dei negoziati per l’adesione all’Unione Europea (sorvoliamo su questo “curioso abuso della statistica”, per dirla alla Borges, del metodo democratico impiegato per decisioni esistenziali nella vita di una nazione).
L’Italia invece, nazione di quasi 60 milioni di anime, economia del G7, con un PIL nominale sostanzialmente pari a quello della Federazione Russa, terza economia continentale e seconda economia per industria ed esportazioni, annuncia di aver “prenotato” 8,9 miliardi di euro di prestiti SAFE a targa UE per finanziare incrementi di spesa sulla difesa (sui quasi 15 miliardi disponibili).
La differenza è marchiana e il primo pensiero è quello del rammarico nel considerare che una piccola nazione di pescatori di merluzzi pensi di agire (e agisca effettivamente) in maniera più sovrana di una nazione con la dignità che il nome Italia dovrebbe conferire.
L’infrangibile “volontà di potenza” europeista
Il secondo pensiero è quello di incredulità quando si percepisce che il progetto di integrazione-disintegrazione delle nazioni europee portato avanti da Bruxelles, incluso quindi il meccanismo SAFE rivolto ad un capitolo delicato di spesa quale quello della difesa, sia invece sostenuto anche dalle parti nostrane in virtù dell’immancabile “volontà di potenza”.
Tale infrangibile “volontà di potenza” sarebbe infatti capace di proclamare “la morte di Dio e il suo tramonto”, secondo la bocca del suo profeta, ma non il possibile tramonto di un organismo burocratico come quello dell’Unione Europea, la cui esistenza sarebbe da accettare come fait accompli ormai fissato e definitivo, con piena uscita della categoria del politico come categoria propria di vita delle nazioni dalla storia d’Europa.
Insomma la modalità di esistenza che si può permettere l’Islanda (o se proprio non si vuole una realtà così marginale, il Regno Unito o la Turchia o il Giappone o qualunque altra nazione di taglia più o meno comparabile alla nostra), non potrebbe in definitiva permetterselo l’Italia poiché ormai le scelte politiche della classe dirigente della terminale prima repubblica che firmò il Trattato di Maastricht nel 1992, sarebbero irreversibili (come ampiamente predicato dall’infallibile Mario Draghi neofondatore di un suo nuovo circolo di tecnocrati-plutocrati singolarmente basato in territorio extra-UE ovvero a Ginevra) e perciò vincolanti su ogni futuro destino della nazione italiana. Tutto ciò si chiamerebbe “volontà di potenza”.
La narrazione dello sforzo prometeico
Si potrà magari allora argomentare in modo diverso ossia sostenendo che la “volontà di potenza” consista non tanto in una concessione obtorto collo da farsi alla realtà politica (o antipolitica visto l’essere proprio della UE) ormai instauratasi in Europa, quanto in una volontà realmente positiva di superare l’esistenza meramente nazionale degli Stati e delle identità europee per creare un’identità europea nuova e che perciò il cammino di federalizzazione dell’UE non sia da avversare ma da assecondare.
La “volontà di potenza” non sarebbe perciò da intendersi come un volgare e arrendevole adeguamento allo spirito dell’ora presente ossia come una pura “volontà di impotenza” (“non è vero che possiamo fare da soli”, “siamo deboli se isolati”, “senza i nostri partner è la catastrofe” e tutta la solita litania votata al nanismo dell’impotenza nazionale) ma come un superiore sforzo prometeico per portare ai popoli europei il “fuoco nuovo” di una nuova civiltà, con, quindi, la sua nuova entità statuale, il suo nuovo esercito, la sua nuova politica, la sua nuova moneta ecc…
Le obiezioni ideali e prudenziali
Ovviamente chi scrive non condivide minimamente tali ipotesi, in primo luogo per un ordine di ragioni ideali, che si potranno affrontare in articoli successivi a questo ma che in definitiva si riducono all’assenza ad oggi (quindi non in assoluto) di una causa finale e di un principio di unità formale veramente valido per poter auspicare un’unità europea. Ovvero finché non si risponderà chiaramente alla domanda circa il “per che cosa?” e in “base a cosa?” l’Europa dovrebbe e potrebbe essere unita, è inutile e pure dannoso imbarcarsi in progetti di tale portata.
In secondo luogo, per un ordine di ragione meramente prudenziale e dalla natura nettamente più concreta. Basta infatti osservare da chi siano dominate oggi le istituzioni europee, gli organismi di Bruxelles, quali siano le élite culturali che promuovono il federalismo europeo in tutto il continente, quali le altre politiche che perseguono insieme ad esso in ogni campo (immigrazionismo, sradicamento delle identità culturali europee, genderismo, green deal e follie verdi all’ennesima potenza ecc…) per avere la più che legittima riserva nel voler assecondare tali istituzioni in qualsiasi loro opera e attività, si avesse anche attualmente un’idea positiva circa la necessità e la possibilità di intraprendere un percorso di integrazione politico delle nazioni europee.
Il nodo della difesa e le ingerenze esterne
In ogni caso, per rimanere per il momento maggiormente al punto sulla questione SAFE, alcune osservazioni al riguardo sono doverose. Innanzitutto, va precisato che la questione non è di merito ovvero non riguarda il volume della spesa della difesa italiana sul quale sarebbe più che lecito dibattere e avere una discussione seria al riguardo.
Il punto è che il volume di spesa per una funzione essenziale come la difesa non può essere fissato per uno stato sovrano degno di questo nome da nessuna entità esterna ad essa, siano essi potenti alleati militari o organizzazioni internazionali di cui pur si fa parte.
Il volume complessivo della spesa per la difesa non può essere il 2% o il 3% o il 5% del PIL perché tale è la richiesta di Donald J. Trump, in vista di una riduzione di spesa che gli USA vorrebbero operare in seno alla NATO né di riflesso l’Italia può fissarsi dei volumi di spesa secondo i desiderata di Ursula von der Leyen o di qualche commissario baltico che per qualche ragione ha una poltrona a Bruxelles; né tantomeno, sarà chiaro, il volume di spesa complessiva per la difesa italiana potrà essere determinato in funzione del volume di aiuti militari gratuiti che Volodymyr Zelenskyy (o di qualche altra nazione terza con cui non condividiamo nessun trattato e nessun interesse comune) si aspetta di poter ricevere.
Priorità strategiche per la nazione
La spesa per la difesa deve essere funzione esclusiva delle visioni e delle necessità strategiche della nazione. Va da sé che una nazione come l’Italia dovrebbe vedere nel Mediterraneo il proprio teatro di azione strategico principe e dovrebbe pensare seriamente a minacce come quella turca (che ci ha soppiantato in Tripolitania), ad esercitare una credibile capacità di proiezione sulla sponda sud di questo mare, mostrando di avere chiare leve di deterrenza verso i paesi nordafricani (non in ultimo per la gestione dei flussi migratori) ecc…
Evidente che per tali missioni sarebbe da privilegiare il comparto aereo-navale, per il quale per altro i gruppi Leonardo e Fincantieri sono ben attrezzati, piuttosto che magari quello rivolto alla produzione di carri (dei quali non esiste più una filiera in Italia), pezzi d’artiglieria, relativo munizionamento ecc…
Anche con un aumento complessivo della spesa, venissero mancate le priorità strategiche della nostra difesa non è detto che si potrà avere un aumento del livello della nostra sicurezza; anzi come mostra il continuo deterioramento delle nostre relazioni con la Russia è ben evidente come a causa di una incomprensione dei nostri stessi interessi strategici (vuoi per ideologia, vuoi per aver interiorizzato gli interessi di altre potenze) si stiano deteriorando le nostre condizioni globali di sicurezza, a prescindere dal volume del bilancio della nostra difesa.
L’illusione delle “quote sovraniste”
Si potrà ribattere che il SAFE lascia ampia capacità di scelta “merceologica” alla capacità di spesa e che introdurrebbe anche delle “quote sovraniste” alla spesa stessa, indicando che solo fino al 35% della componente di costo della spesa può essere extraeuropea. Queste, tuttavia, non sono affatto garanzie valide in alcuna sorta. Il punto è di principio.
La difesa e la spesa per la difesa non può essere delegata né una commissione europea si può arrogare il diritto (per altro assente secondo i trattati vigenti) di stabilire, in capo agli Stati Membri, quali debbano essere dei criteri per determinare la propria spesa militare.
La “quota sovranista” del 35% di spesa intraeuropea invece è solo l’ennesimo riflesso di burocraticismo cronico che affligge le istituzioni europee. Una soglia totalmente arbitraria e calata dall’alto come tutti i vari vincoli europei. Perché il 35% e non il 30% o il 40%?
Si volesse considerare seriamente il problema della dipendenza industriale europea in ambito di forniture militari si dovrebbero prendere ben altre azioni, come statuire un chiaro principio di preferenza continentale. Ci si guarda però bene dal farlo perché vorrebbe dire contraddire la politica rinunciataria sposata dalla UE in materia in fase di negoziazione con Trump sulla questione dazi. In difetto di una politica strutturale seria, non si vede perché allora si debbano applicare percentuali arbitrarie alle nazioni e perché queste non possano essere considerate responsabili per sé stesse.
L’argomento economico e la perdita di sovranità
Infine, compare poi immancabilmente l’argomento economico, secondo il quale i prestiti del SAFE sarebbero convenienti perché portatori di tassi d’interesse più bassi di quelli propri del debito pubblico italiano. Qui il problema è nuovamente duplice.
C’è infatti e prioritariamente un problema sistemico, di ordine di priorità. La sovranità politica è di un ordine superiore a quello dell’interesse economico-finanziario e il prezzo della sovranità non è commisurabile quantitativamente con grandezze monetarie.
Come diceva Napoleone “la mano che dà è al di sopra della mano che riceve”, indebitarsi con qualcuno significa, tanto più a livello di relazioni internazionali, porsi in una condizione di dipendenza, fosse anche verso un organismo partecipato da sé stessi.
Al di là del vantaggio o dello svantaggio finanziario di indebitarsi col SAFE ovvero con l’Unione Europea, la quale emetterebbe eurobond da collocare sui mercati, vorrebbe dire porre la questione della sicurezza nazionale in condizione subordinata rispetto all’Unione Europea stessa, la quale, quindi, agirebbe non come organismo per la cooperazione degli Stati Membri (come fu “venduta” alle opinioni pubbliche nazionali) ma quale realtà sovraordinata agli Stati stessi (come fu pensata e come è sempre più attualmente).
In ultimo, visto che lo spread tra tassi del debito sovrano italiano e tassi sui bond europei sarebbe dato dal mercato e visto che nella sussistenza di un tale spread riposerebbe la giustificazione ultima (secondo la lettura economicista) del SAFE, si farebbe insomma del mercato il decisore ultimo delle decisioni politiche e di sovranità di una nazione come l’Italia, con crassa coincidenza con una visione del mondo “calendiana spinta” in cui l’economia divora la politica e il mercato la sovranità.
Meccanismi finanziari alternativi ed Eurosistema
Queste considerazioni dovrebbero bastare per escludere l’opportunità dell’attivazione dei prestiti SAFE, salvo, per altro essercene comunque altre anche di ragione tecniche e finanziarie ovvero proprio in vista di quelle considerazioni che si volevano appellare per essere dirimenti.
Sarà forse superfluo, infatti, indicare che in tutti i programmi di acquisto di debito sovrano degli stati europei, la BCE compra direttamente i titoli solo per il 10% o il 20% (a seconda dei programmi di acquisto) del totale degli acquisti effettuati, le restanti quote del 90% o dell’80% vengono acquistate dalle Banche Centrali Nazionali, all’interno dell’Eurosistema e sotto coordinamento della BCE, certamente, di cui vanno così ad amplificare il bilancio consolidato ma restando primariamente sui bilanci nazionali.
Le Banche Centrali Nazionali tipicamente – così fa Banca d’Italia – riversano ampie quote dei propri utili, largamente determinati dagli interessi attivi sui titoli di stato acquistati in ambito di attuazione di politica monetaria, allo Stato di riferimento.
La volontà politica contro la sovranità statale
Quindi anche senza supporre una rottura dell’Eurosistema (cosa comunque auspicabile in sé) anche a sistema vigente sarebbe ben possibile finanziare un incremento della spesa per la difesa senza dover obbligare gli Stati a rinunciare al proprio debito sovrano per rivolgersi agli eurobond, se vi fosse una modifica del Patto per la Stabilità e la Crescita volto a introdurre il finanziamento degli istituti centrali per tali voci di spesa, magari a seguito di emissioni ad hoc di debito.
In poche parole: lo spread tra i tassi sopra richiamato può essere assorbito dalle Banche Centrali e così nullificato per gli Stati se vi fosse la volontà politica di farlo.
Non si capisce, quindi, perché il Consiglio d’Europa non abbia approvato allora una deroga o un’ampia revisione del Patto per la Stabilità e la Crescita per poter conseguire gli stessi risultati finanziari mantenendo il rispetto della sovranità degli Stati Membri in un ambito essenziale delle proprie competenze.
O meglio, si capisce: l’Unione Europea e con essa le nostre élite politiche non vogliono la sopravvivenza delle nostre nazioni come entità statuali.
Filippo Deidda
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