Martedì 11 agosto 2026, a Guardiagrele (Ch), si è tenuta la presentazione del volume “Giacinto Auriti: il professore ribelle”, edito dal Centro Studi e Ricerca Cittadella nella collana Auritiana. L’appuntamento cade esattamente a vent’anni dalla scomparsa del giurista guardiese (11 agosto 2006), figura che ha legato indissolubilmente il proprio nome alla teoria del valore indotto della moneta e alla battaglia per la proprietà popolare della stessa.
Nato a Guardiagrele nel 1923, Auriti fu docente universitario, cofondatore e preside della Facoltà di Giurisprudenza di Teramo, e soprattutto un pensatore scomodo che, partendo dalla dottrina sociale della Chiesa, osò mettere in discussione il monopolio bancario sulla creazione del denaro. L’esperimento dei SIMEC nel 2000, nel suo paese natale, resta il segno più concreto di una visione che voleva restituire al popolo lo strumento monetario.
Il libro appena uscito non è una semplice commemorazione. Raccoglie contributi di studiosi e militanti che hanno lavorato a lungo sul pensiero auritiano e che, in molti casi hanno potuto condividere un lungo percorso accanto ad Auriti stesso. Un libro, utile tanto a chi conosce già il Professore quanto a chi lo scopre oggi.
Abbiamo fatto qualche domanda ai relatori intervenuti, oggi proponiamo ai nostri lettori le risposte di Luigi Copertino.
A vent’anni dalla scomparsa, in che misura il pensiero di Auriti sulla proprietà popolare della moneta risulta ancora attuale e necessario nel contesto economico e geopolitico di oggi?
Il pensiero auritiano – che pone l’accento su aspetti importanti della fattispecie “moneta”, aspetti di solito ignorati o trascurati – resta molto attuale nel mondo attuale che va verso la digitalizzazione del denaro la quale rappresenta un ulteriore passo in avanti nel processo di dematerializzazione dello strumento monetario: dall’oro alla carta e dalla carta all’input informatico.
Proprio questo processo evidenzia il problema cruciale della definizione della proprietà della moneta all’atto dell’emissione e quindi se essa deve continuare ad essere emessa a debito oppure essere accreditata ai popoli. La centralizzazione digitale della moneta consentirà al sistema bancario, ossia alla consorteria Banche centrali – banche ordinarie, di controllare le nostre vite attraverso quella ulteriore creatio ex nihilo di moneta che è la monetizzazione diretta dei nostri conti correnti.
Chi controllerà tale creazione monetaria digitale potrà anche escludere, attraverso la chiusura dei conti correnti oppure l’eliminazione da essi delle cifre digitali cui sarà ridotta la moneta, chiunque dalla vita sociale in particolare se “ribelle” al dominio internazionale del denaro (Pio XI). Rischiamo di vedere avverata la profezia del Libro della Rivelazione per la quale nel regno parodistico della scimmia di Dio “nessuno potrà vendere o comprare” se non si sottoporrà al marchio che il potere mondiale tenterà di imporre a tutti “piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi” (Ap. 13,16-18).
Nel saggio sul sacro e la moneta ha messo in luce la spiritualità cristiana di Auriti. Quale aspetto di questa dimensione le sembra più trascurato anche tra chi conosce le sue tesi monetarie?
Certamente il fatto che Auriti, magari senza esserlo posto come obiettivo principale, è riuscito a elaborare un sistema per concretizzare il “distributismo” che è il cuore della Dottrina Sociale Cattolica, per la quale la proprietà non deve essere abolita ma distribuita a tutti come accadeva nella prima comunità cristiana secondo quanto ci è riportato in Atti degli Apostoli 4,32-35.
Una pratica, questa, troppo facilmente fatta passare – anche per l’incompetenza e l’ignoranza di molto clero – come una sorta di “comunismo originario” laddove invece esso mostra una condotta di distribuzione, non di statizzazione, dei beni compresi i mezzi di produzione che erano al tempo soprattutto la terra. La statizzazione del resto era impossibile all’epoca in quanto l’Autorità politica non aveva la forma moderna dello Stato.
Ciò che in Atti 4,32-35 si adombra è una prassi volta alla distruzione dei beni e In tal senso, ossia nel senso di comunione giuridica ovvero di comproprietà, va inteso il termine “comune” in esso usato. Infatti il ricavato della vendita dei beni era distribuito secondo i bisogni ossia assegnato in proprietà o comproprietà.
Qui, senza dubbio, Marx ha attinto il linguaggio biblico che poi lui ha usato, manipolandolo, nella Critica al programma di Ghota per supportare il comunismo futuro come società senza Stato nella quale ciascuno avrebbe dato secondo le proprie capacità e a ciascuno sarebbe stato dato secondo i suoi bisogni. In realtà negli Atti l’immagine offerta è del tutto contraria a quella del comunismo marxista che statualizza, e non distribuisce alla comproprietà di popolo, i mezzi di produzione, sebbene Marx considerasse la statualizzazione una fase di passaggio verso il comunismo compiuto.
Ma nella storia ogni esperimento comunista è rimasto soltanto nella fase di passaggio della statualizzazione delle proprietà senza mai aver raggiunto l’esito terminale del comunismo a-statuale, in quanto utopico.
Orbene l’attribuzione alla proprietà popolare della moneta, intesa come un bene “immateriale” valorizzato dal valore indotto della accettazione popolare, è senza dubbio uno dei modi, benché non l’unico, di distribuire, in comproprietà (quindi salvaguardando la proprietà, perché comproprietà non è affatto comunismo) la ricchezza prodotta da una comunità nazionale.
Auriti richiamava costantemente la Rerum Novarum e la dottrina sociale della Chiesa. Come valuta oggi il rapporto tra il pensiero auritiano e le attuali posizioni della Chiesa in materia economica e sociale?
Bisogna distinguere tra la Dottrina Sociale della Chiesa, che è un ramo della teologia morale e non ha alcuna pretesa di proposta politica o tecnica, e le posizioni teologico-politiche di tanta parte del mondo cattolico conservatore – quello progressista è fuori gioco da tempo – il quale è ormai da decenni influenzato dalla cosiddetta “teologia del capitalismo” che è la versione “cattolica” della “teologia dell’arricchimento” di matrice protestante e che è stata introdotta in ambito cattolico dagli statunitensi Michael Novak, Geoge Weigel e Richard Nehauss (il primo un cattolico ex progressista, gli altri passati dal protestantesimo al cattolicesimo in chiave liberal-conservatrice).
Questa teologia del capitalismo fa leva sul fatto, storicamente vero, per il quale il capitalismo, o meglio il protocapitalismo, non nasce come conseguenza della riforma luterana, e calvinista in particolare. Oggi sappiamo che la nota tesi di Max Weber, per la quale il calvinismo sarebbe alle origini dello spirito capitalistico, è stata superata dalla ricerca storica che ha individuato ciò che già un padre della moderna Dottrina sociale cattolica, Giuseppe Toniolo, ben sapeva ossia che il protocapitalismo compare nel tardo medioevo, nella Firenze tre-quattrocentesca in particolare dove operava la dantesca “gente nova e di subiti guadagni” dedita alla finanza e al commercio.
Questo è vero. Ma ciò che i “teologi del capitalismo” omettono di dire è quanto ha ben spiegato uno storico dell’economia, docente dell’Università cattolica del sacro Cuore, come Amintore Fanfani – “La nascita dello spirito capitalista in Italia”, ossia che lo “spirito del capitalismo” nasce, sia pure nel tardo medioevo e in Italia, ma come rottura e in controtendenza – si pensi soltanto alla querelle sulla non liceità del prestito ad interesse – all’etica cattolica.
Non a caso la Chiesa, nei secoli successivi, non ha fatto altro che tentare, con poco successo va detto (benché non sono mancanti anche i successi localizzati), di riportare l’economia sotto l’imperio dell’etica rivelata (non dell’etica degli affari!). In tempi recenti la Chiesa ha operato questo tentativo con la Rerum Novarum di Leone XIII ma anche con la Quadragesimo Anno di Pio XI. In tal senso, alla luce di quanto si diceva circa il distributisimo, Auriti è rimasto fedele al magistero e alla Tradizione cattolica, a differenza dei teo-capitalisti sopra nominati.
Ricordo che, giovane laureando, nel 1988 partecipai, da astante, al convegno organizzato dalla cattedra di Auriti di “teoria generale del diritto”, presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teramo, in tema di “capitalismo e diritto sociale”.
In quel convegno fu inviato l’allora cardinal Joseph Ratzinger, all’epoca Prefetto della Dottrina della Fede, il dicastero vaticano che ha sostituito dopo il Concilio Vaticano II l’ex Sant’Uffizio, il quale intervenne e relazionò sugli aspetti morali di un corretto approccio all’economia, che non può essere ridotta soltanto ad una questione di “massimo utile al minimo costo”.
Ebbene, il futuro Benedetto XVI dichiarò pubblicamente che, senza entrare nel merito tecnico della proposta di riforma monetaria avanzata dalla cattedra di Auriti – perché appunto non spetta alla Chiesa entrare nel merito tecnico o politico riservato alla scienza e alla politica –, la proposta di moneta popolare non presentava alcun problema di ordine morale per la fede cattolica e che, anzi, era del tutto in linea con l’etica cattolica. Ecco dunque che abbiamo in Italia, in Abruzzo, una teoria monetaria pronta per riformare cristianamente l’economia senza dover andare a cercare improbabili teologie “capitaliste” di matrice statunitense e protestante.
Ma i cattolici conservatori, e lo dico di cuore sono quelli talvolta peggiori, inseguono gli Stati Uniti come fossero il nuovo Sacro Romano Impero, o il baluardo, il katechon, di una Cristianità che non c’è più e che certo non sarà l’americanismo, che proprio Leone XIII ha condannato come “eresia” nella enciclica “Longinqua oceani” (1895), a restituirci.
Intervista a cura di Sergio Saraceni
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