TRA CERTIFICATI DI COMODO E L’USO POLITICO DEGLI ITALIANI
L’inchiesta partita da Ravenna e allargatasi a ben nove città sulla presunta falsificazione di certificati medici usati per bloccare il trasferimento di clandestini e immigrati pregiudicati nei Centri di permanenza per i rimpatri mette a nudo, per l’ennesima volta, l’ipocrisia del nostro sistema politico e sociale.
Non ci troviamo di fronte a episodi isolati, bensì a un’architettura ben collaudata dove la convergenza tra ideologia e profitto ha creato una filiera perfetta. Da un lato ci sono attivisti e professionisti che trasformano le loro mansioni in un paravento per ostacolare i provvedimenti di espulsione. Dall’altro prospera la galassia dell’accoglienza, mossa da interessi miliardari coperti da retorica solidaristica, affiancata dai soliti CAF compiacenti e da finti imprenditori pronti a vendere contratti fantasma per avviare pratiche di soggiorno fasulle. A completare il quadro intervengono i soliti datori di lavoro senza scrupoli, perennemente a caccia di manodopera priva di tutele da pagare a cifre stracciate, contribuendo al ribasso generale dei salari.
Il teatrino politico
In questo scenario, la contrapposizione tra destra e sinistra si rivela un teatrino di comodo. La destra si spende in dichiarazioni perentorie e promesse di tolleranza zero nei comizi, per poi sottoscrivere Decreti Flussi che autorizzano centinaia di migliaia di ingressi. Il risultato concreto è una massa di persone richiamate con la promessa di un’occupazione inesistente, spesso destinate al margine, al lavoro nero o all’assistenzialismo. Dal canto suo, la sinistra resta prigioniera di un’oicofobia ideologica che porta a tutelare qualsiasi istanza pur di non affrontare i problemi della comunità locale, difendendo prassi discutibili in nome dell’accoglienza a oltranza.
La beffa più amara la pagano i cittadini. Mentre le amministrazioni pubbliche mettono a punto incentivi e facilitazioni abitative per reclutare personale straniero nei settori della sanità o dei trasporti, molti professionisti italiani — medici, infermieri, tecnici — si vedono costretti a prendere la via dell’estero o della Svizzera per raggiungere retribuzioni commisurate al costo della vita delle nostre città.
Di fronte a questa gestione rinunciataria, occorre superare le dichiarazioni di facciata e rimettere al centro politiche salariali serie, il rispetto rigoroso della legalità e una gestione dei flussi che contempli il ripristino dei controlli e la remigrazione di chi risiede sul territorio senza requisiti o in violazione delle leggi.
Redazione
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