A Montorio al Vomano (Te) la storica falce e martello in ferro, installata negli anni Cinquanta sul muraglione del lungofiume e da tempo in stato di degrado, è stata rimossa per ordinanza del sindaco. Motivazioni tecniche: rischio di distacco, ossidazione, lavori di messa in sicurezza idraulica e idrogeologica, rendono la scelta più che legittima. Il Comune ha dichiarato di volerla conservare in deposito, vietando la distruzione o l’alienazione. Parte della cittadinanza e forze di sinistra l’hanno interpretata come un attacco al “simbolo delle conquiste operaie e dell’antifascismo” e dopo settimane di polemiche ed una lunga e tediosa bagarre alimentata dai mezzi di stampa e sui social, ora la Fondazione Einaudi si dichiara disponibile ad accogliere quel manufatto. La stessa cosa, qualche settimana fa, era stata proposta dal Partito democratico del paese.
È in questo contesto che torna utile parlare di cancel culture. Non più come fantasma evocato solo dalla destra, ma come fenomeno che oggi anche settori intellettuali di sinistra riconoscono esistere. Il punto, però, non è solo ammettere che esista: è capire chi l’ha generata, chi la pratica con maggiore coerenza, chi la applica con sistematica spudoratezza e perché se ne parla con veemenza solo quando tocca determinati simboli.
Le radici della Cancel Culture
La cancel culture non è nata nei consigli comunali di provincia né nelle (penose) redazioni di centro-destra. Ha radici nelle università americane e nei movimenti progressisti degli anni Dieci e Venti di questo secolo: pratiche di ostracismo pubblico, boicottaggio e rimozione di figure, opere o simboli giudicati “problematici” secondo i canoni della nuova giustizia contemporanea. Si è diffusa a macchia d’olio attraverso i social network, le associazioni studentesche e una parte significativa dell’intellighenzia culturale occidentale. In Italia è arrivata con le stesse dinamiche: contestazione di statue (come quella di Montanelli a Milano e del Bigio a Brescia), richieste di togliere nomi di strade o piazze, polemiche su mostre ritenute “divisive”, riscritture linguistiche e morali del passato.
Questo sistema di riscrittura è utilizzato maggiormente nel campo progressista e della sinistra culturale. Non è un’opinione: è una mappa di interventi quella che ci viene lasciata. Si rimuovono o si imbrattano monumenti legati al colonialismo o a figure “insufficientemente pure”, si contestano autori del passato con parametri odierni, si chiedono scuse pubbliche e ritiri di libri o spettacoli. La destra, quando reagisce, lo fa spesso in modo debole, raramente ha costruito l’apparato teorico e istituzionale (università, media culturali, associazioni) che ha reso difficile la vita alla cancellazione ordinaria e alla sua lotta ideologica.
Il doppio standard di Montorio
Perché allora, nel caso della falce e martello di Montorio al Vomano (Te), si grida subito alla cancel culture? Perché il simbolo appartiene al patrimonio narrativo di una parte. Quella stessa parte che, in altre circostanze, ha sostenuto o tollerato la rimozione di stemmi, iscrizioni o monumenti legati al fascismo o a figure giudicate “scomode”, invocando la necessità di “fare i conti con la storia” e di non offendere la sensibilità democratica. Quando il manufatto è rosso però, diventa “memoria delle lotte”; quando è di altro colore, diventa “apologia” o “pericolo”.
La Fondazione Einaudi che si offre di ospitare il simbolo compie, in questo quadro, un gesto di coerenza liberale: la storia non si seleziona a seconda della convenienza politica. Un pezzo di ferro degli anni Cinquanta, realizzato in un contesto di scontro elettorale tra comunisti, socialisti e democristiani, fa parte del paesaggio storico italiano quanto qualsiasi altro segno del Novecento. Conservarlo non significa celebrare i regimi che di quel simbolo hanno fatto bandiera (con i loro milioni di vittime), così come preservare un’iscrizione fascista non significa riabilitare il Ventennio. Significa rifiutare la cancellazione selettiva di quella che è stata la vita del nostro paese.
Riconoscere il fenomeno senza strumentalizzarlo
Il fatto che oggi anche il direttore dell’istituto Einaudi ammetta l’esistenza della cancel culture è un passo in avanti. Ma resta incompleto se non si accompagna all’analisi delle responsabilità. Non è un fenomeno “di sistema” neutro: è stato coltivato, teorizzato e applicato soprattutto da una precisa area politico culturale. Usarlo solo quando un’amministrazione di centro-destra rimuove un manufatto pericolante, mentre si tace o si applaude quando si cancella altro, non è critica della cancellazione: è ipocrisia.
La vera questione non è se la falce e martello di Montorio debba stare sul muraglione o in un deposito o in una fondazione. È se siamo disposti a trattare la storia come un insieme complesso, ed allo stesso tempo organico, e non come un arsenale di armi ideologiche. Finché la cancel culture verrà riconosciuta solo quando colpisce “i rossi” simboli, resterà quello che è stata fin dall’inizio: uno strumento di potere culturale esercitato a senso unico.
Invece, se si adotterà la maturità di riconoscere che quei simboli hanno ormai un valore puramente storico, questi verranno preservati e non presi e buttati nei magazzini, coperti, o peggio ancora distrutti.
Sergio Saraceni
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