I dati dell’associazione per i diritti dei detenuti certificano il sovraffollamento e l’aumento dei minori negli istituti penitenziari. Ma la risposta non può essere la solita retorica dell’inclusione.
I dati pubblicati dall’associazione Antigone — da anni impegnata nel monitoraggio dei diritti e delle condizioni del sistema penitenziario italiano — fotografano una realtà allarmante: la popolazione dei detenuti tra i 18 e i 20 anni è tornata a crescere ed è raddoppiata dal 2020. Gli under 18 erano 690 nel 2014, rendendo necessari continui trasferimenti verso gli istituti ordinari, che però non sono attrezzati. Contestualmente, sale la presenza di minori stranieri non accompagnati.
Questi i dati riportati da diverse testate, che ci mettono dinanzi a uno scenario degno dei tempi bui che stiamo vivendo. È quindi necessario ripristinare politiche volte al benessere dei giovani, capaci di prevenire con occhio clinico problematiche di questa portata.
Negli istituti penitenziari, minorili e non, molti detenuti sono “italiani di seconda generazione” di origine nordafricana. Davanti a un’emergenza sociale così dilagante urge un piano immediato di remigrazione.
La sinistra radical chic proporrebbe, di fronte a questi numeri, la solita minestra della rieducazione e dell’inclusione. Noi invece pensiamo che, con tutta la buona volontà, non sia più il tempo di usare i guanti di velluto. Nelle stanze del Parlamento italiano c’è una proposta di legge firmata da 150.000 italiani che attende ancora di essere discussa, e che i cittadini chiedono a gran voce venga approvata.
Dati spaventosi, in sostanza, davanti ai quali è inutile mostrare stupore finché le politiche giovanili rimarranno invariate e finché l’Italia non si batterà con l’Europa per l’autonomia nella gestione dei flussi migratori.
Di questo passo, la prossima Ceuta saremo noi.
Manuel Zavaglia
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