L’ossessione del cantiere contro la logica molecolare
Nel dibattito pubblico italiano, troppo spesso dominato da slogan e scelte calate dall’alto, ogni tanto emerge un fatto che rompe la narrazione di regime. L’introduzione dei bus a idrogeno nel trasporto pubblico di Bologna ne è l’esempio più lampante. Non parliamo di una sperimentazione fumosa, ma di una tecnologia concreta: zero emissioni, autonomia elevata, rifornimenti rapidi e, soprattutto, l’enorme vantaggio di non dover sventrare le città per esistere. Una soluzione flessibile, moderna e finalmente compatibile con una vita urbana che non sia un eterno percorso a ostacoli.
Ed ecco il cortocircuito ideologico: mentre la tecnologia dell’idrogeno è già qui, pronta e pulita, la politica sceglie il feticismo del tram. Si punta tutto su un’infrastruttura rigida per dogma, che vincola il territorio e impone cantieri infiniti, modificando in modo violento e permanente lo spazio vitale dei cittadini. Interi quartieri vengono sacrificati sull’altare di una visione vecchia, pesante e difficilmente reversibile. Non è progresso, è una scelta strutturale che ignora la realtà per inseguire un modello di mobilità novecentesco.
Eccellenze globali e miopia locale
Questo scollamento tra ciò che la tecnica permette e ciò che la politica impone diventa imbarazzante se allarghiamo lo sguardo. L’Italia, che spesso amiamo dipingere come il fanalino di coda dell’innovazione, produce in realtà eccellenze mondiali. Fincantieri ha varato la prima nave da crociera al mondo da 75.000 tonnellate con propulsione ibrida a idrogeno. Non è un plastico da fiera, è industria pesante che funziona davvero.
L’idrogeno è già operativo dove servono affidabilità ed economie di scala, ma sembra che questa realtà non riesca a valicare i confini dei palazzi comunali. Il contrasto è brutale: mentre il nostro sistema industriale guida l’innovazione globale, le amministrazioni locali restano ancorate a logiche di scavo e binario, totalmente scollegate dalle possibilità tecniche che abbiamo già in casa.
Il muro di gomma degli interessi fossili
C’è poi un convitato di pietra che nessuno vuole nominare: il peso degli interessi legati ai combustibili fossili e alle rendite di posizione. Un sistema economico consolidato non accetta volentieri soluzioni che riducano dipendenze e margini. L’idrogeno rappresenta una rottura troppo netta per non essere sabotata o, peggio, resa un accessorio secondario nel teatrino della politica locale.
Se possiamo alimentare una città galleggiante da 75.000 tonnellate con l’idrogeno, potevamo certamente rivoluzionare la mobilità urbana senza condannare i cittadini ad anni di polvere, rumore e deviazioni. Quando si ignorano soluzioni agili per privilegiare modelli onerosi e invasivi, non si può più parlare di semplice distrazione. Siamo nel campo delle scelte orientate, dove l’ideologia del “fare” serve a tutelare interessi strutturati, misurando la distanza abissale tra chi decide e chi, ogni giorno, subisce quelle decisioni sulla propria pelle.
Gianluca Mingardi
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