The Economist racconta che la Danimarca, patria di design minimalista e un’efficienza proverbiale, sta affrontando il tema dell’immigrazione con la stessa grazia di un elefante in una cristalleria. L’articolo dipinge un quadro tragicomico di un governo che, nel disperato tentativo di gestire il flusso di migranti, sta inanellando una serie di politiche così confuse da far apparire il labirinto di Copenaghen un semplice incrocio stradale.
La ricetta del governo danese per la “coesione sociale”? Sfrattare interi quartieri. Sì, avete capito bene. A Mjolnerparken, una zona residenziale di Copenaghen, gli abitanti sono a rischio sgombero perché sono considerati “troppo indigenti” o “non occidentali”. Per non parlare della politica di “zero richiedenti asilo” voluta dal primo ministro Mette Frederiksen, che ha trasformato la Danimarca nel primo paese dell’UE a voler rimandare i siriani nella loro nazione d’origine. In tutto questo, una ex ministra, Inger Stoejberg, viene però condannata a 60 giorni di carcere per aver ordinato “illegalmente” che i richiedenti asilo sposati di età inferiore ai 18 anni fossero alloggiati separatamente dai loro coniugi, e i partiti anti-immigrazione la acclamano come una martire. Una commedia degli equivoci che sarebbe divertente, se non fosse così drammatica.
E veniamo al punto, al cuore del problema che la Danimarca sembra voler ignorare mentre cerca di far sparire fisicamente i migranti: i numeri. Secondo una tabella fornita dal ministero delle Finanze danese (vedi immagine) l’immigrazione ha un impatto economico preciso, misurabile, e non tutto è oro ciò che luccica. O, per meglio dire, non tutti gli immigrati sono uguali per le casse dello stato.

I numeri che la Danimarca ignora
La Danimarca, con i suoi tentativi goffi e disorganizzati, non sta facendo altro che peggiorare un quadro che avrebbe bisogno di una gestione razionale e non di politiche di facciata. I dati sono impietosi e mostrano una realtà che non ha nulla a che fare con slogan o chiacchiere populiste. L’immigrazione non gestita e non funzionale sta causando un danno economico che, prima o poi, presenterà il conto.
Ci sono migranti che portano “profitti”, ovvero rendono in tasse più di quello che ricevono in servizi sociali: statunitensi, britannici e francesi, ad esempio, sono un vero toccasana per le finanze statali. Ognuno di loro porta centinaia di migliaia di euro in tasse. Li seguono a ruota italiani, spagnoli e tedeschi, che solitamente aprono attività e contribuiscono al tessuto economico.
Poi c’è una zona grigia: polacchi, cinesi, rumeni e lituani, il cui impatto è quasi nullo, a volte positivo, a volte negativo, ma che si aggira intorno allo zero.
Il problema, quello vero, inizia con i migranti che portano una lieve perdita alle casse dello stato. Ci sono i filippini, bulgari, lettoni, vietnamiti e gli immigrati dell’area balcanica. Lavorano, ma fanno un uso importante dei servizi sociali e dei sussidi, e questo crea un saldo leggermente negativo.
Ma il vero costo economico arriva con l’immigrazione non funzionale. I turchi, i pachistani, i marocchini, per esempio, pesano sul bilancio statale per almeno 300-350 mila euro a testa nel corso della loro vita. E la situazione precipita con i migranti che costano caro alle casse dello stato: tutti coloro che provengono dal Medio Oriente e dall’Africa, il cui impatto negativo può arrivare a superare i 400-600 mila euro in 40 anni. Molti di loro non lavorano e vivono di sussidi.
Questi numeri, che sembrano quasi un bollettino di guerra finanziaria, mettono in luce la profonda e preoccupante verità che la Danimarca si sta ostinando a ignorare.
Non ci voleva molto a capirlo: gli immigrati che arrivano con i barconi NON vi pagheranno le pensioni.
I migranti NON salveranno l’economia, i costi sono maggiori dei benefici. E sia chiaro, stiamo parlando solo delle casse dello stato. Non dei problemi di sicurezza e sociali che l’immigrazione non regolata porta con sé.
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