Mentre il Ministero della Cultura continua a foraggiare colossi dello streaming e “maestri” del centro sociale, il ribelle Zerocalcare passa all’incasso dal “governo fascista”. Quando il Minculpop faceva cinema vero, oggi facciamo beneficenza ai miliardari.
C’era una volta il cinema. Quello con la “C” maiuscola, fatto di visioni, kolossal e maestri della tecnica. C’era persino un Ministero (allora si chiamava Minculpop, oggi suona quasi come un insulto) che, pur nel suo zelo ideologico, aveva il pregio di finanziare gente che la macchina da presa la sapeva usare. Parliamo dei Blasetti, degli Alessandrini, dei Gallone; gente capace di mettere in scena Scipione l’Africano o di raccontare l’eroismo con un’estetica che oggi i nostri registi da apericena non saprebbero nemmeno sognare. Persino nelle commedie dei “telefoni bianchi” di Mario Camerini, o nei primi passi di un gigante come Vittorio De Sica, c’era una dignità artistica che oggi è stata sostituita dal piagnisteo d’ordinanza e dal tax credit facile.
Il “rivoluzionario” col portafoglio a destra
L’ultimo schiaffo al contribuente arriva da Lucca Comics. Sul palco, armato di megafono e con l’aria di chi è appena uscito da un’assemblea del Leoncavallo, c’è lui: Michele Rech, in arte Zerocalcare. Con la solita posa da “uno di noi”, annuncia il titolo della sua nuova serie Netflix: Due spicci.
Ironico, vero? Peccato che, stando ai dati del Ministero della Cultura, di “spicci” non si tratti affatto. Per la sua opera, il vignettista di riferimento della sinistra che “resiste” al “fascio-governo” Meloni ha incassato la bellezza di 3 milioni di euro. Avete capito bene: il paladino dei centri sociali, l’acerrimo nemico dei confini e della sovranità, mangia nel piatto di quel Ministero che, a parole, dovrebbe schifare ogni mattina. Una coerenza che scalda il cuore, quasi quanto un maglione di cachemire indossato durante una barricata immaginaria.
L’estetica del nulla contro i Giganti
Ma il problema non è solo la coerenza (merce rara a sinistra), è il valore. Mettere Zerocalcare nella stessa frase di Milo Manara, Hugo Pratt o del mitico Galeppini di Tex Willer è un insulto all’anatomia, alla prospettiva e, in ultima analisi, all’intelligenza. Siamo passati dalla poesia grafica di Corto Maltese e dalla perfezione carnale di Manara allo “zero grafico”: uno scarabocchio seriale, infarcito di gergo romanesco da periferia professionale, che vive di rendita su un vittimismo ideologico che piace tanto ai salotti buoni.
È il trionfo del “paraculo”: si finge di essere contro il sistema mentre il sistema ti stacca assegni a sei zeri per permetterti di dire quanto il sistema faccia schifo.
Il Ministero dei Tax Credit
Ma Zerocalcare è solo la punta dell’iceberg di un Ministero della Cultura che sembra essersi trasformato in un ente di beneficenza per multinazionali. Mentre le famiglie italiane faticano a pagare l’abbonamento a Netflix o Sky, il MiC regala milioni di euro sotto forma di tax credit a produzioni che non ne avrebbero alcun bisogno:
- 14,2 milioni a The Iris Affair (Sky/Fremantle);
- 8,1 milioni al Sandokan di Can Yaman (Luxvide);
- 7,9 milioni per la quinta stagione di Emily in Paris (serie definita dal New Yorker “povera di trama”, ideale da tenere in sottofondo mentre si fa altro).
E che dire dei soliti noti? Alessandro Gassmann, ormai abbonato ai flop ma sempre presente nel carrello della spesa pubblica, incassa 3,3 milioni per Un professore 3. Persino Roberto Saviano, il profeta della legalità a pagamento, vede il prequel di Gomorra finanziato con 4,5 milioni.
La resa dei conti
Mentre il centrodestra si illude di governare, il “sottogoverno” della cultura continua a oliare gli ingranaggi della solita macchina da guerra progressista. Paghiamo fior di milioni per finanziare serie che verranno cancellate dopo una stagione per mancanza di ascolti (vedi Fbi International) o per permettere a fumettisti “impegnati” di fare i rivoluzionari col portafoglio pieno.
Forse è ora di chiudere i rubinetti. O, almeno, di smetterla di chiamarli “artisti”. Chiamiamoli col loro nome: beneficiari di stato. E a Zerocalcare diamo un consiglio: la prossima volta, per onestà intellettuale, la serie chiamala “Tre Milioni”. Almeno rideremo per una battuta che è vera.
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