Roma, 1923, Benito Mussolini è a capo del governo da un anno scarso, quando una corte statunitense condanna a morte Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.
Si tratta di due emigrati, fieramente anarchici, accusati di una rapina, nel corso della quale era stato ucciso un altro italiano andato a cercare fortuna negli States, Alessadro Berardelli.
Quello di Nicola and Bart – come li avrebbe cantati Joan Baez decenni dopo – è stato un processo politico, condizionato dalla paura che, anche Oltreoceano, suscitavano gli ambienti dell’estrema Sinistra d’ispirazione europea: socialisti massimalisti, anarchici e comunisti. In verità, Vanzetti era solo un incensurato con qualche simpatia per quegli ambienti un po’ esagitati, solo Sacco era fieramente convinto delle sue idee. Tanto che il Duce – non ancora tale per l’intero Paese, ma solo per i fascisti – avrà certamente riconosciuto solo labilissime affinità con un uomo, il quale, davanti ai giudici che lo mandavano a morte, ha dichiarato: «Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra, non augurerei a nessuna di queste creature ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché sono un Italiano, e davvero io sono un Italiano […] se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già».
Non solo. Mussolini avrà certamente compreso e capito i timori di Webster Thayer, il togato e boia dei due imputati, o del governatore Alvan T. Fuller, preoccupati del dilagare dei “rossi” anche nel Nuovo mondo: non si trattava, tutto sommato, delle stesse paura nutrite da una parte della borghesia italiana che, proprio pre questo terrore, aveva spalancato all’ex-agitatore di folle predappiese le porte del potere?
In fondo, il governatore del Massachusetts non era che un Itamar Ben-Gvir ante litteram e di diversa fede religiosa, ma con identica visione ottusa e spietata della vita e della società.
Ciò non ostante, Sacco e Vanzetti erano italiani e per Mussolini era intollerabile che due connazionali fossero trasformati nei capri espiatori delle fobie statunitensi dell’epoca e trattati – come furono trattati Nicola and Bart – da un sistema giudiziario infame e profondamente corrotto. E, per quanto senza ottenere il risultato sperato, il capo del Fascismo si spese pubblicamente e costantemente per ottenere la revisione del processo a carico dei due anarchici, giungendo anche a implorare la grazia per loro, quando fu chiaro che il verdetto non sarebbe stato rimesso in discussione in alcun modo.
Tutto ciò va ricordato, per comprendere le ragioni che inducono Giorgia Meloni e i suoi compagni di partito a tanta timidezza nei confronti del governo israeliano, circa la vicenda della Flottilla. Da una parte, dimostrandosi quanto più lontana ormai da una qualsiasi “influenza fascista” – anche “patriottica” -, la premier italiana evita di chiedere conto a Israele di ciò che ha consumato e consuma a Gaza e men che meno agli stranieri che inorridiscono per il genocidio palestinese. Fatti interni di un alleato o, meglio ancora, di un partner a cui si riconosce un peso preponderante nella politica mondiale. Se non un padrone, quasi. Dall’altra, invece, l’atteggiamento inaccettabile della Meloni è ispirato a sua volta dalla paura che la tanto manifestata accondiscendenza verso il governo di Gerusalemme venga vanificata da un atteggiamento protettivo – che sarebbe doveroso – verso i militanti della Flottilla. Insomma, la Nostra cade nel panico, al solo pensiero di esser nuovamente accusata di “fascismo”, per di più per difendere un pugno di cialtroni e avanzi di “centro sociale”.
Qualcuno dirà, leggendo queste riflessioni, che non è vero che la Meloni si sia genuflessa, protestando, assieme ad Antonio Tajani e finanche Sergio Mattarella, per quanto avvenuto l’altro giorno. Peccato, però, che le reazioni israeliane a cotanta indignazione sia stata la più totale indifferenza verso tutti e tre. A Gaza si continua a morire e nel mare un tempo Nostrum si pirateggia sfrenatamente, sotto la bandiera con le stelle a sei punte: con le scenatine da fidanzata tradita, non si risolvono i problemi, ma ci si rende solo ridicoli, ammettendo la propria impotenza.
I ragazzi e le ragazze di Flottilla sono espressione del peggior modo di fare politica e di aiutare la causa del popolo palestinese, ma sono pur sempre italiani, i quali devono certamente assumersi le loro responsabilità, se commettono reati e spropositi all’estero, ma non possono e non devono sottostare alle angherie di Israele. Se la Meloni, per timore che qualcuno le ricordi cosa pensava, diceva e cantava solo 2 o 3 lustri or sono, allora si faccia da parte, poiché è più patriottico rinunciare al potere, piuttosto che restarvi a costo di compromettere la dignità nazionale.






































































