C’è una parola che, più di altre, ha il potere di rivelare le intenzioni di chi la pronuncia. In questi giorni è toccato a “sobrietà”.
L’ANPI la invoca in occasione della commemorazione delle foibe, e già questo basterebbe ad aprire una riflessione: a chi, esattamente, sarebbe rivolto l’invito?
Perché se per “sobrietà” si intende rispetto, raccoglimento, silenzio dignitoso davanti a una tragedia storica che ha travolto migliaia di innocenti, allora siamo tutti d’accordo. È la postura naturale della memoria, non certo qualcosa che debba essere richiesto a chi, da anni, chiede solo di poter ricordare senza essere insultato, ostacolato o delegittimato.
Se invece — ed è l’unica interpretazione logicamente sostenibile — l’invito fosse indirizzato ai soliti facinorosi, ai sodali rumorosi e iperattivi dei centri sociali, allora sì: la parola acquista finalmente un senso. Sobrietà come invito a non trasformare anche questa ricorrenza in un’occasione di tensione urbana, di cori fuori luogo, di contestazioni muscolari contro manifestazioni del tutto legittime di una parte della società che non la pensa come loro.
D’altronde, l’esperienza insegna. Ogni volta che una memoria non allineata prova ad affacciarsi nello spazio pubblico, c’è sempre qualcuno pronto a spiegarci come ricordare, quanto ricordare e, soprattutto, se ricordare. Con toni paternalistici quando va bene, con atteggiamenti intimidatori quando va male: repetita juvant.
Non vogliamo essere sobri
Ed è qui che l’appello alla “sobrietà” mostra tutta la sua natura ambigua. Perché non può essere civilmente né storicamente accettabile chiedere moderazione emotiva a chi commemora una tragedia ignobile, consumata nel silenzio e nell’oblio per decenni. Non si chiede sobrietà a un lutto: si chiede rispetto. A meno che il problema non sia, ancora una volta, quale lutto. Perché il legame — mai del tutto reciso —tra una certa area dell’antifascismo militante e l’esperienza titina continua ad affiorare, più o meno consapevolmente.
Non come rivendicazione esplicita, certo, ma come riflesso condizionato: minimizzare, relativizzare, spostare l’attenzione, suggerire che ricordare troppo possa turbare equilibri narrativi consolidati.
E allora l’invito alla sobrietà diventa una formula per dire altro. Per dire: non alzate troppo la voce, non rendete questa memoria visibile, non disturbate. Siate composti, purché restiate marginali.
Ma la memoria, quando è autentica, non è mai sobria nel senso burocratico del termine. È composta, sì. Dignitosa, certamente. Ma anche ferma, chiara, irriducibile. E non ha bisogno di permessi né di ammonimenti, soprattutto da chi, per troppo tempo, ha faticato a riconoscerla come parte integrante della nostra storia.
Se davvero si vuole sobrietà, allora la si chieda chiaramente a chi confonde ancora oggi la piazza con il ring, il dissenso con l’aggressione, la storia con l’ideologia.
A chi non accetta che esista una memoria nazionale che non passa dal proprio filtro.
A chi ricorda le foibe, invece, si deve solo silenzio, rispetto e verità.
Gianluca Mingardi
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