Una giustizia ignobile, nel senso più autentico di questo aggettivo e, cioè, priva di quelle qualità che elevano l’animo dell’uomo e il prestigio delle istituzioni dalla comune miseria della bassezza e del cinico interesse, ha condannato a morte Gilberto Cavallini.
Ovviamente, il sistema giudiziario nostrano non ha spedito l’ex-terrorista dei Nar davanti al plotone d’esecuzione, dove almeno anche le peggiori decisioni di una qualsiasi magistratura assumono i caratteri altisonanti della tragedia, pur nella liquidazione fisica del condannato. No, ha deciso che Cavallini si spenga lentamente nell’atroce agonia che può provare solo chi, avendo sbagliato nella vita e pagato senza piagnistei indecorosi i conti presentatigli dalla società, assiste a un accanimento contro la sua persona che viola – se non la lettera .- lo spirito più profondo di quegli stessi principi, per difendere i quali era stato arrestato, processato e duramente condannato.
La vicenda che riguarda l’ormai anziano esponente dei Nuclei armati rivoluzionari è nota. Dopo oltre trent’anni di carcere, avendo ottenuto l’ammissione al lavoro esterno al carcere, assolvendo ai suoi nuovi compiti con dignità e diligenza, è stato riportato in cella – in assoluto isolamento – perché coloro che lo hanno condannato, prima, e imprigionato, poi, non ricordando d’avergli fatto scontare, nei primi anni ’80, questo particolare tipo di detenzione che gli era stata comminata, nell’ambito dell’ergastolo.
Si tratta dello stupro più efferato dell’articolo 27 della Costituzione italiana mai consumato nel nostro Paese. E non per le note deficienze, mancanze, carenze strutturali del sistema detentivo, no. Per decisione “scientemente” assunta da un collegio di togati. A quale “rieducazione” potrà mai tendere, infatti, la feroce ostinazione con cui si rigetta in cella, senza che abbia commesso nuovi reati, un “rieducato”, dopo oltre un quarto di secolo di pena scontata?
E tutto questo, perchè?
Perché Cavallini avrebbe insistito nel protestare la sua innocenza, circa la Strage di Bologna? Era ed è un suo diritto costituzionale anche quello, pure a dispetto delle sentenze che dicono il contrario e a cui credono solo i più faziosi nostalgici della “vulgata comunista” degli “anni di piombo”. No, forse non è quella sia insistenza nel dichiararsi mondo del sangue delle 86 vittime di Bologna, a guadagnagli l’odio cieco di una parte della magistratura.
A esporlo a tanta rabbia, probabilmente, è un’altra protesta d’innocenza elevata da Cavallini, questa volta col conforto di tre sentenze, in primo, secondo grado e cassazione. Cavallini, per i magistrati siciliani, non ha le mani sporche del sangue di Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale capo dello Stato. Però, il presidente della Repubblica non ha mai accettato quel verdetto pur tanto chiaro e motivato, promuovendo apertamente le tesi di coloro i quali continuano a sostenere che il presidente della Regione Sicilia sarebbe stato ucciso da Giusva Fioravanti, con la complicità, appunto, di Cavallini.
Mattarella non sopporta, evidentemente, che l’assassinio di suo fratello, come quello di Michele Reina, segretario della Dc palermitana a lui molto vicino, sia inscritto nel novero dei delitti mafiosi determinata dalla guerra per gli appalti e la gestione dei soldi pubblici che divampava tra i democristiani della Trinacria di allora. Non ostante i magistrati abbiano comunque precisato che Mattarella sarebbe stata la vittima buona e innocente anche di elementi cattivi e collusi del suo stesso partito.
Mattarella preferirebbe un’aurea ancor più luminosa, in cui la memoria del fratello splenda come quella della vittima sacrificata per impedire a una putrescente compagine di potere di percorrere, tramite lui, nuove strade di collaborazione con l’altra “potenza popolare” italiana, il Pci. Anche se questa narrazione non regge al vaglio dell’indagine storica, dal momento che le porte della solidarietà nazionale non furono sbarrate. da chi sparò a Piersanti Mattarella nel giugno del 1980, ma dai delegati del congresso nazionale della Dc, i quali, quattro mesi prima, liquidarono il “moroteismo”, scegliendo la “politica del preambolo”, propugnata da Carlo Donat Cattin. Fisicamente Piersanti Mattarella fu spento dalla mafia a giugno, ma politicamente era stato sconfitto già a febbraio.
Certo, in un lontano futuro, insistendo nella collaborazione col Pci in Sicilia, avrebbe potuto continuare a essere una “spina nel fianco” dei suoi avversari nella Dc, ma non era certo vissuto come un “pericolo imminente2, nel panorama politico del 1980.
Forse, è pensando a questa fissazione di Mattarella che, nella Cassazione, qualcuno si è risolto a insistere nella persecuzione di Cavallini. Una fissazione talmente ossessiva da distrarre il primo magistrato dello Stato, quando deve attendere ad altri suoi doveri in materia di giustizia, come ha dimostrato la leggerezza con cui, sempre a proposito di pene e clemenza, a concesso una delle poche grazie del periodo a colei, la quale proprio non meritava le sue attenzioni.
Ora la battaglia umanitaria per Gilberto si sposta in Europa, alla Corte europea dei diritti dell’Uomo, sperando che qualche goccia di “sangue blu” scorra ancora nelle vene almeno dei magistrati che non vivono e non lavorano nel “bel paese dove il sì suona(va)” e che è ormai prigioniero delle negazioni e delle negatività di una precisa parte e (sub)cultura politica.






































































