Tra le conseguenze deleterie dell’intervista di Francesca Fagnani con Roberto Savi – ci sono anche aspetti positivi, ma altri sono veramente inquietanti -, il peggiore è la ribalta concessa nuovamente all’ex-magistrato Giovanni Spinosa, il quale rivendica oggi di aver capito chissà che cosa della Uno bianca, all’epoca in cui era titolare delle inchieste – tutte sprofondate nel nulla – su tutti i delitti che si sarebbero scoperti opera della gang dei poliziotti assassini.
Su diversi quotidiani, Spinosa parla di Falange armata, di pressioni da parte del “suo ufficio” a chiudere l’inchiesta frettolosamente, dopo l’arresto dei Savi, di mancanza di un “colpo di fortuna” che gli avrebbe impedito di fermare prima gli assassini. Ma di cosa sta parlando, l’ex-pm? Al “Carlino” ha dichiarato: <Il mio ufficio mi comunicò che la linea da sposare si doveva basare sulle dichiarazioni dei Savi e da lì cercare eventuali livelli superiori. Ma io credevo che fosse errato lo stesso presupposto. Così, ho lasciato. Me ne sono andato>.
Il lettore cosa può capire, se non il fatto che, scoperti gli assassini, lui avrebbe voluto indagare chissà dove, ma qualcuno glielo avrebbe impedito. Tanto più che, alla domanda successiva – <Le vostre indagini furono ostacolate?> -, Spinosa spara: <Direi più che c’è stato un boicottaggio a monte. Un boicottaggio che non riconduco al mio ufficio>.
Ora, sul contributo di Spinosa alla scoperta della verità sulla Uno bianca ho già detto quel che penso, in due libri, rimediando una querela da parte sua, conclusasi con una mia piena vittoria in primo e secondo grado. Come ricorda finanche Wikipedia, alla voce Banda della Uno bianca.
Visto che insiste, però, anticipo a lui e ai lettori una circostanza messa in risalto nel terzo volume che sto ultimando, su questa storia. E lo faccio sotto forma di domanda, chiara ed esplicita, attendendomi una risposta altrettanto precisa, da parte dell’ex-magistrato.
Subito dopo aver commesso l’errore che gli fu fatale, tentando un depistaggio ai danni di tale Gino Guerri, in relazione alle indagini sulla morte di Stasi ed Erriu, Domenico Macauda fu inquisito, proprio da Giovanni Spinosa, non solo per il reato di calunnia e altri connessi, ma anche per concorso in omicidio. L’ipotesi più immediata, infatti, era che l’allora brigadiere avesse depistato le indagini sulla Strage di Castel Maggiore per un suo diretto interesse nella vicenda.
Ebbene, Macauda, alla primissima contestazione di quell’accusa, replicò fornendo un alibi, come nel più classico dei “gialli”.
Quale alibi?
Macauda disse di trovarsi a casa, la sera del 20 aprile 1988 e d’esser stato informato dell’avvenuta strage dal collega Massimo D’Alessandro. Per tanto, da dove abitava (Casalecchio di Reno), il “nostro” avrebbe raggiunto la sede del Nucleo operativo (via dei Bersaglieri, Bologna) e, da lì, accompagnato da Valerio Bertazzon, avrebbe raggiunto il luogo del delitto, via Gramsci a Castel Maggiore.
Dopo questa dichiarazione, Spinosa, in relazione all’intera vicenda Macauda – non solo quella dei depistaggi, ma anche quella di un precedente furto avvenuta all’interno della caserma del Nucleo operativo -, ha interrogato D’Alessandro e Bertazzon, complessivamente, quasi una mezza dozzina di volte. Ebbene, dai documenti agli atti dell’inchiesta e del processo, in quei verbali, non risulta mai che il “pm” abbia chiesto all’uno o all’altro di confermare la versione dell’imputato.
Spinosa non ha mai chiesto a Massimo D’alessandro – o quanto meno non ha verbalizzato la sua risposta. Il che è la stessa cosa – se avesse ma telefonato a Macauda, la sera del 20 aprile, dopo l’eccidio, per informarlo di quanto appena accaduto.
Spinosa non ha mai chiesto a Valerio Bertazzon se avesse lui accompagnato Macauda a Castel Maggiore, dove effettivamente fu visto, qualche ora dopo il fatto.
Non solo. Non risulta agli atti dell’inchiesta Macauda alcun tentativo espletato presso la Sip per accertare se, in un orario compatibile con le sue dichiarazioni, fosse giunta una telefonata alla sua utenza privata.
Non risulta che si sia chiesto alla signora Giovannina Capone in Macauda, allora moglie convivente del brigadiere, se il marito fosse effettivamente in casa, quella sera.
Per altro, il dubbio che si possa trattare di uno o più documenti smarriti dal fascicolo, è risolto da quanto lo stesso Spinosa scrive, per motivare, nel 1991, la richiesta di proscioglimento definitiva di Macauda (credo accolta dall’allora gip-gup Adriana Scaramuzzino, la quale sarebbe diventata vicesindaco di Bologna, anni dopo) dall’accusa di concorso in omicidio. Tra gli elementi a sostegno di quella richiesta, il “pm” non cita affatto alibi o riscontri all’alibi.
Però, nelle more dell’inchiesta, qualcuno, dalla Procura o da un ufficio dei Carabinieri, fece filtrare alla stampa – che registrò e pubblicò – non solo la falsa notizia che l’alibi di Macauda per la notte del 20 aprile sarebbe stato confermato da qualche collega, ma, addirittura, in una versione pure “migliorata”, secondo la quale i colleghi del Nucleo operativi sarebbero andati loro, a Casalecchio, a prelevare Macauda per andare tutti insieme a Castel Maggiore.
La domanda sorge spontanea, essendo la verifica dell’alibi di un imputato un classico, un ‘operazione quasi automatica, nei casi di omicidio: furono i “sevizi segreti” a impedire al pm, il quale aveva ascoltato personalmente Macauda dire che aveva un alibi, circostanziandolo come sopra, a impedirgli di chiedere a D’Alessandro e Bertazzon di confermarlo?
Quali “oscure forze” avrebbero ostacolato il tentativo di accertare i fatti, tramite la compagnia telefonica dell’epoca?
Quale “spia” avrebbe sottratto alla magistratura la possibilità di parlare con la moglie dell’imputato?
Si tratta solo di uno dei tantissimi aspetti inspiegabili dell’inchiesta che non è mai riuscita a fare luce sulla prima, gravissima strage di Carabinieri compiuta dalla Banda della Uno bianca. E non è che una delle tante circostanze segnalate negli esposti alla Procura, nella richiesta di nuove indagini, e che saranno messe a disposizione dell’opinione pubblica a breve. Una di molte vicende che sì, hanno visto settori della giustizia e delle forze dell’ordine, compiere azioni a tutt’oggi incomprensibili e che hanno comunque portato giovamento ai Savi e ai loro complici nei delitti consumati nel primo anno di attività della banda, ma che non sono attribuibili a generici e fantomatici “servizi”, ma a uomini con nomi e funzioni precisi.
Quel che è certo e che rimane, dal punto di vista storico, è che Domenico Macauda, inquisito per concorso in duplice omicidio in danno di Cataldo Stasi e Umberto Erriu, fu prosciolto dall’accusa senza nemmeno la verifica dell’alibi fornito.






































































