La contestazione all’Agnata
L’episodio è noto: Matteo Salvini stava assistendo a un concerto di Diodato in memoria di Fabrizio De André, seduto in prima fila accanto a Dori Ghezzi, all’Agnata, la tenuta in Sardegna dove il cantante ha vissuto molti anni. A un certo punto una spettatrice si è alzata, ha contestato la presenza del Ministro affermando: “…non è possibile che qui sia presente una persona che con le canzoni di De André non c’entra niente. Io mi sento offesa e non posso continuare a restare qui” e ha abbandonato l’esibizione canora. Dori Ghezzi, vedova dell’artista, si è alzata, ha preso la parola e ha sottolineato il valore del dialogo con chi ha posizioni diverse (altrimenti, verrebbe da dire, non si parla di dialogo, ma di coro).
La reazione social e la verità storica
La scena surreale ha avuto degli strascichi. Il giorno dopo Alice De André, nipote del cantautore, nata dopo la dipartita del nonno, ha ritenuto di commentare su Instagram: “Io non so esattamente che cosa sia riuscito Salvini a capire dai testi di mio nonno. Forse la musica? Forse il la la la? Perché sui testi evidentemente abbiamo avuto qualche problema di comprensione. Dire che i loro pensieri, i loro valori e la loro idea di società siano diametralmente opposti è un eufemismo”.
E se anche fosse? Non è permesso andare ad ascoltare canzoni di chi ha valori opposti ai propri? Bisogna sottoporsi a un esame di esegesi dei testi e del pensiero di un artista prima di poter assistere a un concerto? E siamo così sicuri che Alice lo supererebbe? Perché oltre a non aver mai conosciuto di persona Faber (il che, evidentemente, non è una colpa, almeno quanto condividerne sangue e cognome non è una garanzia di autorevolezza), pare che ignori che suo nonno rispettasse la Lega, in quanto movimento regionalista al pari del Partito Sardo d’Azione, per cui il cantante simpatizzava. Lei e lo stuolo di indignati che sui social le hanno dato man forte possono facilmente verificarlo, recuperando un’intervista di Gabriele Ferraris a De André del 10 giugno 1994 sul quotidiano La Stampa. Ai tempi fu destabilizzante per la frangia più trinariciuta degli appassionati del cantautore. Oggi quell’intervista viene ignorata o, forse, rimossa.
La testimonianza di Dori Ghezzi
Non ci piace tirare per la giacchetta i vivi, figuriamoci i morti. Ma l’atteggiamento della sua vedova ci sembra molto più in sintonia con il sentire dell’artista genovese. Dori Ghezzi ha condiviso con De André molti anni della sua vita, ha collaborato nello scrivere alcune sue canzoni, ha cantato con lui sul palco, ha vissuto insieme a lui anche la terribile esperienza del rapimento. Una conoscenza profonda, intima, totalizzante. Da oltre vent’anni è presidente della Fondazione Fabrizio De André, che ha la funzione di custodire e valorizzare il patrimonio artistico e umano del cantante.
Ecco le sue parole ai contestatori di Salvini al concerto: “Non sono d’accordo con voi. Io la penso diversamente, sono sempre di sinistra. MA è giusto creare un dialogo, almeno tentare…”.
La trappola dell’intolleranza ideologica
Quel MA, in realtà, dice tutto. Il “ma”, come insegna la buona grammatica italiana, è una congiunzione coordinativa avversativa e indica una contrapposizione tra due frasi, con la seconda che nega o limita la prima. Dunque, nelle parole di Dori Ghezzi il creare un dialogo sembrerebbe contrapposto all’essere di sinistra. Non crediamo fosse integralmente quello il vero intendimento della cantante, tuttavia la realtà conferma quel MA.
Perché una buona parte della cosiddetta sinistra (ammesso che certe categorie bicentenarie abbiano ancora un senso), quella più urlante, più autoreferenziale, più spocchiosa, è massimamente inclusiva quando l’altro da sé differisce per colore della pelle, per provenienza geografica, per gusti sessuali, per religione. E allora porte e porti spalancati, abolizione dei confini, via le frontiere! Ma quando l’altro si differenzia per opinioni politiche, tutto si ribalta. La diversità cessa di essere una ricchezza e allora si scavano fossati, si innalzano muri, si blindano varchi. Nessun dialogo. Da una parte la sinistra, i buoni, i moderni, gli illuminati. Dall’altra parte gli altri, i reietti, non semplici avversari politici ma nemici ignobili, paria con cui non ci si può contaminare, membri di una categoria antropologica fatta precipitare nel girone della subumanità, destinataria solo di odio e disprezzo, destituita di qualunque dignità. Da privare del diritto di parlare, di manifestare, di presentare dei libri. Da ora, parrebbe, anche di ascoltare canzoni.
Il paradosso dei nuovi gendarmi
De André ha inserito la figura del gendarme in due suoi brani: Bocca di Rosa e Il Pescatore. Per lui, anarchico, non poteva essere un simbolo positivo, dato che incarnava l’autorità, lo Stato, il potere lontano dalle persone semplici, la punizione per chi non segue le regole. Forse inconsciamente, coloro che plaudono alla contestazione a Salvini, sentendosi parte degli eletti, dei soli legittimati ad amare il cantautore, e pretendendo di stabilire chi possa ascoltare le sue canzoni e chi no, in realtà si ritrovano proprio nel ruolo del gendarme. Che De André li perdoni.
Raffaele Amato
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