La notizia rilanciata dal Corriere della Sera – “al seggio mi camuffavo per votare” – è uno di quei casi emblematici che raccontano molto più del sistema mediatico che della vicenda in sé. Non è certamente quello che è successo a balzare all’occhio, quanto invece il modo in cui viene costruito, amplificato, trasformato in simbolo.
Ogni società conosce situazioni particolari, casi limite, storie personali complesse. Ma chi ha responsabilità nel raccontare questi fatti seriamente deve distingue tra ciò che è eccezione e ciò che dovrebbe non esserlo.
Oggi invece accade il contrario: il caso singolo diventa il pretesto per ridefinire principi generali, per mettere in discussione criteri oggettivi, per spostare il baricentro delle istituzioni verso una dimensione sempre più soggettiva.
La società fluida
Non si discute più di norme valide per tutti, ma di percezioni individuali da riconoscere e certificare. Eppure lo Stato, per funzionare, ha bisogno di chiarezza: identità verificabili, regole comuni, procedure uguali per ogni cittadino. Il momento del voto è uno dei più delicati, perché rappresenta la base stessa della sovranità popolare.
Ed è proprio per questo che si fonda su elementi oggettivi, non interpretabili. Quando si introduce ambiguità su questi aspetti, non si amplia un diritto: si apre una crepa. Piccola, forse, ma destinata ad allargarsi nel tempo. Resta poi una domanda che la notizia tende a evitare. Se l’identità personale viene rivendicata con forza nello spazio pubblico, perché proprio nel momento del riconoscimento istituzionale essa diventa problematica, flessibile, quasi negoziabile? Non è una provocazione, ma un nodo irrisolto che meriterebbe risposte, non slogan.
La macchina della propaganda
Nel frattempo, il circuito mediatico continua a fare il suo lavoro: selezionare, amplificare, orientare. E così, mentre si costruiscono simboli e si alimentano polemiche, la realtà scivola in secondo piano.
Il rischio non è tanto questo singolo episodio. Il rischio è l’abitudine a considerare normale che il dibattito pubblico venga guidato da eccezioni trasformate in bandiere, mentre ciò che riguarda la vita quotidiana di milioni di cittadini resta sullo sfondo.
Gianluca Mingardi
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