Nella confusione generata dalla disinformazione, dalla propaganda e dalla semplificazione che butta tutto in caciara, in questi giorni sul paese degli ayatollah se ne sentono di tutti i colori. Da chi confonde l’islam sciita dell’Iran, paese in cui oltre il 60% degli studenti universitari è composto da donne, con quello sunnita dei Talebani afghani, a chi sfoggia la bandiera dell’Iran dello Shah, favoleggiando di un’età dell’oro pre-khomeinista.
Ma come stanno in realtà le cose, al netto degli isterismi delle tifoserie? Davvero l’Iran di Mohammed Reza Pahlavi era questo paradiso di libertà e di progresso rispetto al paese di oggi?
Cominciamo a chiarire che a cambiare il nome del paese da Persia in Iran fu il primo shah della dinastia Pahlavi, Reza, nel 1935. Fu una scelta altamente identitaria, in quanto Iran, in lingua farsi, significa paese degli Arii, ed è il termine con cui gli abitanti di quel territorio chiamavano la loro patria. “Persia” è invece un vocabolo di origine greca, riferito alla regione di Pars.
Le amicizie “sbagliate” del primo Pahlavi
Non è stato dunque Khomeini a cambiare nome alla nazione, come taluni credono. Reza Pahalvi coltivava buoni rapporti con Hitler e la Germania nazionalsocialista. Questo costò l’occupazione dell’Iran da parte dei britannici e dei sovietici nel 1941. Reza fu costretto ad abdicare a favore del figlio Mohammed Reza Pahlavi. Con la conferenza di Teheran del 1943, gli Alleati decisero di imporre all’Iran una monarchia costituzionale.
Di fatto fu un regime piuttosto rigido, con un parlamento di facciata, e il potere sostanzialmente concentrato nelle mani dello shah che, a sua volta, curava gli interessi inglesi soprattutto in materia petrolifera. Il malcontento popolare per lo sfruttamento britannico delle risorse energetiche, dei cui proventi all’Iran restavano solo le briciole, portò alla crescita dei movimenti nazionalisti e religiosi.
Nel 1951 il Parlamento elesse come primo ministro Mohammad Mossadeq, capo del Fronte Nazionale dell’Iran e sostenitore della nazionalizzazione delle società petrolifere. Ben presto la Anglo Iranian Oli Company, principale azienda di estrazione e lavorazione del greggio, a guida inglese, fu smantellata, lo shah fu costretto all’esilio, l’ambasciata inglese fu chiusa e l’Iran riguadagnò il controllo del proprio oro nero.
Colpo di stato militare
Ma fu un successo di breve durata, perché gli inglesi scatenarono immediatamente l’embargo commerciale ed il blocco navale contro l’Iran, impoverendolo, nonostante le simpatie internazionali che Mossadeq si era conquistato. Quindi si attuò il copione ben noto. Nel 1953 un colpo di Stato militare, organizzato dichiaratamente dai servizi segreti americani e britannici depose Mossadeq, sostituendolo con il generale Fazlollah Zahedi.
Lo shah tornò dall’esilio più che mai determinato a servire gli interessi occidentali, non solo angloamericani ma anche israeliani, attraverso un regime autoritario. Costituì la Savak, famigerata polizia politica addestrata da CIA e Mossad, che instaurò un vero stato di terrore, utilizzando infiltrati, controllo asfissiante sulla popolazione, arresti indiscriminati, torture.
La Rivoluzione
Così una vasta area di opposizione popolare, sia pure frammentata (oltre a nazionalisti e sciiti figurava anche il Tudeh, un partito comunista), crebbe, culminando con la rivoluzione del 1979 che richiamò l’ayatollah Khomeini dall’esilio parigino per porlo alla guida del paese. Mohammed Reza Pahlavi fu nuovamente e definitivamente costretto all’esilio e iniziò la stagione degli ayatollah, tuttora in corso.
Quindi è bene non lasciarsi incantare da fotografie di donne iraniane in minigonna ai tempi dello Shah, perché fu un periodo tutt’altro che luminoso e pieno di libertà. L’Iran è un paese di oltre 90 milioni di abitanti, ha un popolo fiero, con una storia plurimillenaria, con un’identità forte, diversa dai canoni occidentali con cui, rozzamente, si cerca di misurare l’intera Umanità.
Teheran è al terzo posto nel mondo per le risorse petrolifere e al secondo per quelle di gas naturale. Anche questo è un aspetto da tenere sempre presente. Perché la realtà è molto più complessa di quella che ci racconta la propaganda.
Raffaele Amato
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