C’è un libro che esce in questi giorni e che merita di essere segnalato non come una semplice lettura, ma come un nuovo pezzo d’artiglieria necessario alla resistenza culturale di tutti i lettori del 2 di Picche. Si intitola “La società delle dipendenze. Riempire il vuoto al tempo del nichilismo” (Edizioni Imprimere, Maggio 2026), e l’autore è Roberto Pecchioli, uno di quegli osservatori scomodi che da anni scavano sotto la crosta luccicante della modernità senza paura di sporcarsi le mani e di denunciare con forza le menzogne che dominano le menti.
Non si tratta dell’ennesimo trattato psicologico sulle “dipendenze patologiche” o un libro per la serie “tutti i complotti che non sai” da consegnare agli assistenti sociali o ai guru del wellness. Pecchioli fa ben altro e meglio: sposta il problema dal lettino dell’analista al cuore marcio della società contemporanea. Le dipendenze – da sostanze, da schermi, da pornografia, da consumo compulsivo, da like, da performance, da identità fluide – non sono incidenti di percorso. Sono il carburante perfetto del sistema che abbiamo costruito. Una macchina che ha liquidato ogni limite, ogni appartenenza, ogni trascendenza, e ha lasciato al loro posto un solo imperativo: desidera di più.
Pecchioli lo dice con chiarezza brutale: il liberalcapitalismo avanzato non ha più bisogno di disciplinare i corpi come nel vecchio mondo. Oggi governa inducendo desiderio, moltiplicandolo, rendendolo insaziabile. L’individuo non è più suddito, è utente. Non è più cittadino, è consumatore di se stesso. E quando il vuoto ontologico diventa insopportabile – perché senza radici, senza cielo, senza popolo, senza storia – ecco che arrivano i surrogati: la dose, lo swipe, il video hard, il carrello pieno di inutilità, il fitness ossessivo, la medicalizzazione di ogni malessere esistenziale. Dipendenza come schiavitù volontaria postmoderna.
Chi ha seguito Pecchioli negli anni sa che non è nuovo a questo genere di radiografie importanti. Qui però il discorso si fa più ampio e radicale. L’autore connette i fili: dal nichilismo al “liquido” di Bauman, dalla società dello spettacolo di Debord alla colonizzazione dell’immaginario pubblicitario. Il risultato è un affresco inquietante di un Occidente che ha trasformato la libertà in una gabbia dorata di stimoli artificiali. L’uomo contemporaneo non è libero: è agganciato. E più si crede autonomo, più è servo di meccanismi che non controlla.
Ma Pecchioli non si ferma alla diagnosi, per quanto spietata. Espande il raggio su temi che toccano il vivo dell’attualità identitaria e antropologica. Parla a tutti noi non lesinando critiche che – nel bene o nel male – ci riguardano tutti. Tocca il nervo della crisi sistemica non come semplice dato economico, ma come esito logico di una civiltà egoista che ha fatto del “godimento immediato” il proprio unico orizzonte.
C’è, in filigrana, una domanda che attraversa tutto il libro e che dovrebbe inquietare chiunque non si sia ancora arreso: possiamo davvero uscire da questa spirale senza una riscoperta radicale della forma, del limite, del sacro, dell’appartenenza? Senza tornare a un’antropologia più alta di quella dell’homo oeconomicus desiderante? Pecchioli non offre ricette facili – e fa bene – ma riporta l’attenzione di tutti noi sulla direzione da seguire: solo chi ha radici può resistere alla tempesta di stimoli. Solo chi ha un “noi” può opporsi all’io gonfiato e fragile del narcisista iperconnesso.
Chi si aspetta neutralità accademica o il solito moralismo da salotto resterà deluso. Il tono è militante, come deve essere quando si parla di cose serie. Non è un libro per tutti. È un libro per chi ancora si rifiuta di considerare “normale” un mondo dove i giovani si bucano di pornografia prima ancora di aver baciato qualcuno, dove gli adulti comprano felicità a rate, e dove l’unico peccato rimasto è la mancanza di desiderio.
“La società delle dipendenze” è un pugno nello stomaco di questa società (perbenista e con cento scheletri nell’armadio d’ognuno) ben assestato. Leggetelo. E poi passatelo a chi ancora crede che il problema siano solo “le cattive abitudini”, senza capire che le abitudini cattive sono il prodotto di una cattiva società. Roberto Pecchioli e le Edizioni Imprimere (che ci hanno già donato a noi del pubblico testi rilevanti come gli “Avvisi” di Berto Ricci e le preghiere per i soldati nelle fredde trincee della Prima Guerra mondiale, o testi su Wall Street le banche e la politica estera degli Stati Uniti, sulla Civiltà Mediterranea – da cui prima o poi dovremo ripartire) hanno fatto il loro lavoro. Tocca a noi, ora, non voltarci dall’altra parte.
Sergio Saraceni
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