Il fenomeno viene presentato come locale ma in realtà è sotto gli occhi di tutti: la progressiva chiusura degli esercizi italiani tradizionali e la loro sostituzione con attività nuove, spesso gestite da imprenditori stranieri.
La situazione è particolarmente evidente in Veneto, ma basta attraversare qualsiasi città italiana per capire che non si tratta di un’eccezione. È una trasformazione diffusa, silenziosa, ma ormai evidente: saracinesche abbassate nei centri storici, botteghe familiari che scompaiono, attività che avevano resistito per decenni costrette a chiudere mentre al loro posto nascono esercizi a basso investimento iniziale e ad alta rotazione.
La sproporzione del sistema fiscale
Ridurre tutto a una semplice dinamica di mercato è comodo ma fuorviante. Il sistema fiscale e normativo italiano non è neutrale: pesa in modo sproporzionato su chi è radicato da anni mentre finisce per favorire, anche senza dichiararlo, chi entra adesso nel mercato.
La “fiscalità leggera” permette a chi ha collegamenti con prestanomi o identità “fumose” di aprire e chiudere la stessa attività più volte nel giro di pochi anni, cambiando il nome del titolare. Così possono entrare nel mercato soggetti liberi di sfruttare gli incentivi pubblici senza rischiare nulla, mentre gli imprenditori italiani consolidati pagano ogni tassa e sostengono tutti i costi strutturali.
Concorrenza sleale?
Questa pratica, del tutto legale ricordiamolo, rappresenta però una vera e propria concorrenza sleale, perché il vantaggio non deriva dall’abilità imprenditoriale o dal servizio offerto, ma dalla capacità di aggirare il sistema a proprio favore. Eppure, nessuno grida allo scandalo come invece una parte politica ha fatto da sempre nei confronti degli esercenti accusandoli di propendere all’evasione fiscale: due pesi, due misure, come al solito.
Va detto a onore del vero, che formalmente queste misure non distinguono tra italiani e stranieri, ma nei fatti premiano chi rientra in un contesto sopradescritto rispetto a chi ha costruito il tessuto economico negli anni. In un contesto di crisi del commercio tradizionale, questo squilibrio produce un effetto evidente: non si rinnova semplicemente il mercato, si sostituisce progressivamente un sistema economico radicato con uno più fragile, mobile e slegato dal territorio.
Cosa dice Confcommercio
I dati delle associazioni di categoria, tra cui Confcommercio, descrivono da tempo la riduzione delle imprese familiari storiche, la desertificazione commerciale dei quartieri e la perdita dei servizi di prossimità che costituivano una rete sociale oltre che economica. Quando chiude una bottega non scompare soltanto un’attività commerciale. Sparisce un presidio, una relazione costruita nel tempo, un elemento di stabilità per la comunità.
L’economia diffusa infatti non è solo produzione di reddito ma struttura sociale, memoria urbana, continuità.
Tutelare il tessuto urbano
Un sistema pubblico attento dovrebbe difendere questa rete come una risorsa strategica, invece la politica economica degli ultimi anni sembra orientata in senso opposto: incentivi generici al “nuovo”, assenza di protezione per ciò che esiste già, neutralità proclamata del mercato che in realtà diventa indifferenza verso il destino del commercio nazionale. Il risultato è che intere zone delle città cambiano volto nel giro di pochi anni senza che questo venga considerato un problema politico.
Si parla di globalizzazione, di libertà d’impresa, di dinamiche economiche inevitabili, ma raramente si riconosce che un Paese che perde la propria rete di imprese radicate perde anche una parte della propria identità sociale.
Difendere il commercio italiano non significa opporsi all’iniziativa individuale di chi apre un’attività, significa riconoscere che senza un tessuto economico stabile il territorio diventa più debole, più dipendente, più esposto a trasformazioni che non governa.
Il caso raccontato dal Veneto non è dunque una curiosità locale ma il sintomo di un processo nazionale. Se non si interviene riequilibrando il peso fiscale sulle imprese consolidate e riconoscendo il valore del commercio di prossimità come infrastruttura sociale, la sostituzione silenziosa del tessuto economico e sociale italiano continuerà inesorabilmente.
Gianluca Mingardi
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