Il saggista e storico contemporaneo Luca Negri scrive di un’epoca in cui l’analfabetismo spirituale si presenta come un’illuminazione.
Il presupposto che esistano forme tradizionali, verticali, metastoriche di conoscenza e di pratica, eterne come le idee di Socrate, Platone e Aristotele o i principi cristiani su cui si fondano duemila anni di morale ed etica della nostra civiltà induce a rileggere alcune utili intuizioni, espresse da filosofi che fanno parte di un’ ampia area di pensiero tradizionale, purtroppo a-cattolica e gnostica, quali René Guénon (in La crisi del mondo moderno e Il regno della quantità e i segni dei tempi ) e Julius Evola (in Rivolta contro il mondo moderno).
La modernità sorge e si espande a partire dalla Riforma protestante e dall’Illuminismo giacobino come una radicale opposizione alla Tradizione, un suo completo rovesciamento, ben rappresentato dalla filosofia di Karl Marx e di Hegel. La sovversione dell’Ordine naturale, perciò divino, inizia con questi atti di ribellione.
La modernità ha fatto il suo corso ed esaurito ogni sua spinta propulsiva, culminando storicamente nelle varie forme del totalitarismo novecentesco. Nel 1922, Nikolaj Berdjaev scrisse il suo fondamentale saggio Il Nuovo Medioevo, salutando la fine dell’Illuminismo e della moderna narrazione del mondo e dell’esistenza – scrive Multipolarpress online.
Il dopoguerra, in particolare l’orizzonte culturale creato dalla polvere sollevata dalla caduta del Muro di Berlino e dall’evidenza del fallimento del socialismo reale, indica chiaramente un cambiamento verso il cosiddetto “postmoderno”.
Pensatori di diversa estrazione ideologica lo riconobbero, da Jean Baudrillard a Guillaume Faye, il teorico dell’archeo futurismo, sino ai migliori saggisti della Tradizione Cattolica, quali Gianfranco Amato e Paolo Gulisano.
Piuttosto che combattere e negare il mondo della Tradizione, come ha fatto la modernità, il carattere tipico del postmoderno è quello di parodiarlo (come illustra efficacemente Alexander Dugin in The Radical Subject).
La postmodernità ricicla tutto, modernità inclusa, ma l’operazione diventa ancora più insidiosa quando questa parodia inconscia è rivolta ai contenuti tradizionali. Questo carattere parodistico appare evidente quando si esamina l’ideologia woke.
Essa è assolutamente a-morale, immorale e trasgressiva fino all’assurdo perché, in realtà, si tratta dell’apogeo dell’anarchia. Non è un caso che nei covi della sinistra radicale, i centri sociali, faccia breccia molto facilmente.
Nessuno dice che anarco-insurrezionalismo e ideologia woke sono divenuti complementari, perché pochi hanno letto “La morale anarchica” dell’anarchico e libertario russo Petr Kropotkin. Egli propone l’idea di una società solidale, mondialista e ultra-egualitaria, teorizzando la sovversione contro ogni autorità politica e religiosa in nome di un presunto buon funzionamento della società. Il celebre motto “Fai agli altri ciò che vorresti gli altri facessero a te” è il cardine di una morale che deve basarsi sul rispetto primario ed assoluto della natura umana, che deve essere lasciata libera da imposizioni e restrizioni ispirate da religione e sistemi di potere tradizionali, nel nome dell’uguaglianza e della reciprocità tra ogni singolo uomo. Con un’eccezione: qualsiasi forma di autorità va rigettata.
È questo il motivo ideologico degli scontri di piazza contro lo Stato e i suoi gendarmi, ovvero la mente ed il braccio del male assoluto, che è la legge, quale imposizione sociale. Distruggere le città e prendere a martellate i tutori dell’ordine che rappresentano l’autorità dello Stato diventa, quindi, moralmente, una buona azione per la propria emancipazione totale. Per questo sostengo da sempre che l’azione del pensiero anarchico/woke sia l’eversione; quindi, qualcosa di molto pericoloso e sottovalutato quando si crede essere solo eccessiva esuberanza di giovani disturbati.
Forse molti maranza non lo sanno, ma finiscono in quegli ambienti ove possono essere criminali per scelta, spacciatori di morte, sopraffazione e odio verso lo stereotipo di loro nemico numero 1: l’uomo bianco, etero, cristiano e identitario, perché rappresenta una serie di ordini che impongono da sempre regole.
Il soggetto “woke” desidera essere “sveglio”, quindi pienamente cosciente – insegna Negri – in costante vigilanza e allarme, pronto a identificare e denunciare le discriminazioni etniche e di genere (le forme sociali ed economiche sembrano meno importanti, probabilmente a causa di una falsa coscienza marxiana…). La sua cassa di risonanza è il sistema mediatico di sinistra, che in maniera più subdola, serve a far dilagare lo spirito antitaliano del cosmopolitismo anarchico.
La distopia sta nel fatto che emerge una radicalizzazione del dovuto rispetto, riconoscimento e tutela dell’uguaglianza assoluta dell’unica umanità senza radici, credo religioso, etica comune, contro ogni autorità, che è sempre oppressiva. Per cui diviene sempre lecita la sua eliminazione, anche fisica.
Questa forma di violenta sorveglianza trova discriminazioni e ingiustizie dove potrebbero non esistere, ad un esame più obiettivo, non militante e meno ottusamente ideologico, come quello rappresentato dalle deliranti parole di Ilaria Salis.
È, in sintesi, ipocritamente giusto essere il più consapevoli possibile di ciò che si dice e si fa, astenersi dall’offendere e ricordare le ingiustizie commesse dall’uomo europeo e dalla sua “cultura patriarcale”. Diventa inquietante, tuttavia, quando la riconsiderazione del nostro passato, alla luce del pensiero anarco-marxista, assume i tratti colpevolizzanti di un’inquisizione totalitaria, tramite la cancel culture di secoli gloriosi, che hanno portato la civiltà ovunque.
Come un agente stalinista, il “soggetto sveglio” tende effettivamente a una deriva paranoica. Non è il sonno della ragione a dare origine ai mostri, ma la ragione vigile e insonne – ben più prolifica nella sua produzione di mostruosità – come ammonivano Gilles Deleuze e Félix Guattari nell’Anti-Edipo, un’opera che possiamo considerare uno dei testi fondanti di tutta la sub cultura postmoderna e transumana.
Paradossalmente, è il soggetto anarco-woke a diventare intollerante e censorio proprio in virtù dello zelo del pensiero e dell’ideologia paranoica. Non si tratta quindi di un “risveglio”, come afferma il nome, ma della sua parodia. In linea con la parodia postmoderna delle verità e delle pratiche tradizionali, potremmo quindi parlare – con Luca Negri – “di una parodia del risveglio alla saggezza”.
Agli albori della civiltà europea, Eraclito di Efeso suggerì una distinzione tra esseri umani “vegli” e coloro che “dormono”. I primi sono in contatto con il Logos; sono distesi verticalmente, anziché orizzontalmente, come i dormienti.
La veglia è, infatti, il possesso della saggezza, o almeno la sua ricerca, attuata non solo attraverso le capacità del pensiero razionale, ma anche attraverso la filosofia e, soprattutto, con la corresponsione alla Verità oggettiva, proposta da Gesù Cristo, figlio del Dio vivente.
Una volta esaurito il potere risvegliante dei Misteri, la dialettica praticata da Socrate sorse come tentativo di scuotere i suoi interlocutori attraverso un interrogativo incessante: un’indagine fondata sul riconoscimento della propria ignoranza, sulla consapevolezza di essere, in un certo senso, addormentati. Il sonno, in questo contesto, è opinione recepita passivamente, strumento dei sofisti, nominalisti ante litteram che rifiutano la verità trascendente.
La condizione dei prigionieri nel mito platonico della caverna non è forse quella del sonno e del sogno? Toccherà allora al militante metapolitico, cattolico e tradizionalista rischiare di tornare nella caverna per risvegliare i prigionieri.
Il mistico armeno Georges Gurdjieff affermò senza mezzi termini che l’essere umano è generalmente sempre addormentato, agendo in uno stato di puro torpore ipnotico come un automa. Cioè lo zombie privo di coscienza ma armato di i-phone che sopravvive alla vita, senza manco sapere il perché, tanto l’anarco-wokismo diventa puro nichilismo.
Si potrebbero aggiungere altri esempi, ma quelli proposti dovrebbero già chiarire come la veglia del wokismo rappresenti una pallida parodia del risveglio classico e cattolico tradizionale all’interno del panorama sempre più parodistico della postmodernità.
di Matteo Castagna
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L’analisi è molto ampia e percio’ assai complessa. Tralasciando la discutibile comunanza di Evola e Dugin o di Gurdjieff e il “wokismo”, l’azione dello Stato (ma c’è ancora qualcuno che lo considera ancora esistente?) ha creato quell’esasperazione che Lenin teorizzava in “Stato e Rivoluzione”. Potranno ora, sull’onda dello sdegno popolare – che rappresenta la base del sistema votocratico – essere emanate leggi liberticide come il fermo preventivo (qualcuno ricorderà la carcerazione preventiva…) la cui sostanza è la predittività della pericolosità sociale. Lo psico-reato è dietro l’angolo. Con norme di questo genere – ripeto, applaudite dai “maldestri” nella loro profonda insipienza – sarà facile per la Magistratura – la cui posizione politica è ben nota – colpire ogni dissenso, nel nome della sacertà della Verità vaccino-atlantica. Vedi il recente processo contro Casa Pound a Bari. il Collettivo di Torino è solo l’occasione creata ad hoc. E non si parli di culle di brigatismo rosso come lacrima il neokippato Gasparri (dimentico di quanto diceva nel MSI…). I processi hanno appurato che i Servizi, Mossad compreso, avevano creato, organizzato ed armato le BR. Altrochè “eversione”.