Si è conclusa finalmente la settimana della Passione laica, quel tunnel spazio-temporale che va dal 25 aprile al 1° maggio, dove l’Italia smette di essere una repubblica fondata sul lavoro per diventare una repubblica fondata su Bella Ciao l’inno che dovrebbe unire l’Italia intera, che dico? il mondo intero. Quest’anno, però, il ritualismo stanco della CGIL — impegnata nella consueta autopromozione a spese della RAI — ha rischiato il collasso teologico.
Tutta colpa di Delia, una cantante che ha osato l’inosabile: sostituire la parola “partigiano” con “essere umano” nel testo di Bella Ciao. Apriti cielo. O meglio, apriti sezione.
L’ANPI, custode del dogma e della “Sacra Rota” della Resistenza, ha immediatamente bollato il gesto come uno snaturamento inaccettabile. Non si tratta solo di musica, ma di liturgia: cambiare una parola nel “Credo” antifascista è come sostituire l’ostia con un cracker integrale. Un abuso, un’eresia modernista che ha fatto sobbalzare i cardinali della sinistra dai loro scranni di velluto. Se non c’è il termine specifico, il rito non vale, l’indulgenza plenaria per la coscienza progressista non viene concessa e il concerto diventa solo un’accozzaglia di gente che suda sotto il sole senza una missione storica.
A guidare l’inquisizione social è arrivato Alessandro Gassmann, che ha spiegato al volgo che un partigiano non è “un qualsiasi essere umano”. Pare infatti che nella tassonomia zoologica della sinistra, l’essere umano sia una categoria troppo generica, quasi degradante, rispetto alla qualifica di chi ha preso le armi, forse, ottant’anni fa.
Mentre Delia cercava disperatamente di spiegare che anche i civili sotto le bombe in Ucraina o a Gaza avrebbero diritto a una citazione nel grande canzoniere della libertà, la macchina dell’indignazione rituale non ha sentito ragioni. Il dogma non si discute, si canta. Poco importa se fuori dal recinto dorato del Concertone la realtà è fatta di lavori sottopagati e crisi di identità politica: l’importante è che il testo sia conforme alle circolari del Comitato Centrale.
D’altronde, la crisi della sinistra si misura proprio in questa ossessione per il lessico liturgico. Tra i tafferugli del 25 aprile — dove ormai si assiste a una sorta di “Palio delle Fazioni” in cui diverse interpretazioni della Resistenza si prendono a colpi di bandiere — e il karaoke ideologico del 1° maggio, emerge un dato chiaro: il ritualismo è l’unica flebo rimasta a un’area politica che ha sostituito i diritti dei lavoratori con la protezione del copyright del canto partigiano.
E così, mentre il popolo reale si preoccupa dell’inflazione e del caro energia, le alte gerarchie della “religione antifascista” possono dormire sonni tranquilli. Il dogma è salvo, il partigiano resta partigiano e l’essere umano può tranquillamente attendere il prossimo anno per essere preso in considerazione. Al prossimo anno, stessa spiaggia, stesso coro e, purtroppo, stessa noia.
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