Eliot Bertin, ex responsabile della Comunità di “Lyon Populaire”, militante nazional-rivoluzionario tra i più noti e rispettati del panorama francese, è stato sbattuto in carcere in detenzione provvisoria. Il motivo? Aver osato partecipare a un omaggio a Quentin Deranque, giovane Militante caduto sotto i colpi della violenza antifascista. Un gesto umano, doveroso, quasi sacro per chi non ha dimenticato il valore della lealtà al proprio camerata caduto.
Nessuna infrazione, nessun incidente, nulla. Eliot è un ragazzo che da quasi tre anni rispettava ogni norma prescritta dalla precedente pena (sempre per motivi politici) ed ha pagato il suo debito con la giustizia rimanendo dritto, senza chinare il capo. Ma evidentemente, per certi ambienti, non basta. Ci voleva la goccia: un omaggio a un camerata ucciso. E la macchina repressiva si è messa in moto con la solita ferocia selettiva.
La compagna di Eliot, incinta, ha organizzato l’iniziativa. Lui c’è andato. Punto. Non una rapina, non uno scontro, non un complotto. Solo la dignità di chi onora i suoi morti. Eppure il giudice ha confermato la carcerazione poche ore fa. Prossima possibilità di rivedere la luce? Tra un mese e mezzo. Nel frattempo, un futuro padre marcisce in cella mentre la sua compagna sta per partorire. È una storia già vista, ma che pensavamo fosse ormai alle nostre spalle, sui libri che raccontano “quegli anni bui” i cosiddetti “anni di piombo”.
Questo non è un libro che parla del passato però. È una vendetta politica nuda e semplice. È repressione. Quando sono gli antifascisti a menare, a incendiare, a linciare, la magistratura spesso guarda altrove o trova attenuanti creative. Quando è un militante identitario a commettere un “reato” di presenza fisica a un ricordo, di autodifesa o di protezione delle proprie sedi e militanti, allora scatta il massimo rigore e la certezza della pena. La regola è sempre la stessa: tolleranza zero per chi difende l’identità europea, guanti di velluto per chi la vuole cancellare.
Eliot Bertin non rappresenta un pericolo per l’ordine pubblico. Rappresenta un fastidio per il sistema antifascista francese. È uno di quelli che non si sono venduti, non si sono imborghesiti, non hanno rinnegato le idee per una poltrona o una manciata di like in più. E per questo devono essere umiliati, soprattutto nel momento più bello della vita di un uomo: quando sta per diventare padre.
Mandare in galera un militante proprio mentre la compagna sta per partorire non è un eccesso di zelo. È un messaggio chiaro: «Vi spezzeremo anche nell’intimo». È la guerra psicologica portata avanti da uno Stato che ha paura dei suoi figli migliori.
A Eliot va tutta la nostra solidarietà di militanti. Non è solo un militante francese ad essere incarcerato ingiustamente: è uno di noi. Uno che ha scelto la strada difficile, quella della Verità contro la menzogna, del sangue contro l’oro, della Patria contro il mondialismo.
Libertà per Eliot Bertin! Libertà per tutti i militanti identitari!
La repressione non fermerà chi ha già deciso di non inginocchiarsi. Anzi, ogni camerata chiuso in cella per motivi politici diventa seme. E i semi, si sa, prima o poi germogliano.
Sergio Saraceni
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