Remigrazione forzata: ma è forza o violenza?
Hanno suscitato enorme scalpore ovunque le immagini degli agenti speciali dell’ICE che, a Minneapolis e altrove, arrestano gli immigrati clandestini, spesso trascinandoli a forza per poi ammanettarli. Il tutto, tra le proteste degli oppositori dell’ICE, cittadini di sinistra che accusano i suoi agenti di violenze arbitrarie.
Spesso le proteste sfociano in azioni di disturbo, con atti di vero e proprio impedimento fisico che, in un paio di occasioni, hanno portato alla morte di Renee Good e Alex Pretti, uccisi dagli agenti dopo una colluttazione.
I media mainstream hanno subito santificato tutti gli attivisti: eroi della giustizia, idealisti che combattono nell’ICE l’incarnazione del potere assoluto e violento di Donald Trump.
Ah, l’idealismo!
Questa mummia filosofica che credevamo seppellita dal materialismo di stampo marxista, ma che ogni tanto, quando fa comodo, viene riesumata a uso e consumo del popolo bue.
Ammettiamo pure che gli attivisti siano mossi da ideali di solidarietà e giustizia sociale nel confronti dell’immigrazione clandestina (in realtà molti di loro sono al soldo della “Soros & Antifa” SPA), quello che però balza subito all’occhio è che sono i primi ad essere vittime di un equivoco semantico del quale non hanno alcuna responsabilità, se non quella di mancata attivazione del più elementare senso critico.
Equivoco che è stato instillato loro dalla scuola, dai media, dai divi dello spettacolo (sempre di sinistra, purché si gonfi il portafogli a destra) e dai predicatori delle varie chiese.
Il grande equivoco
L’equivoco è quello che ha visto il sovrapporsi graduale del concetto di forza su quello di violenza, fino ad assumerne lo stesso significato. Mentre la violenza va condannata, a meno che non venga usata a scopo difensivo, il concetto di forza si accompagna quasi sempre ad altri concetti positivi, come dai seguenti esempi: forza della ragione, forza dell’amore, forza della legge, forza politica, forza di volontà, forze dell’ordine e così via.
Nell’ultimo esempio citato, in particolare, la forza fisica è spesso necessaria per arrestare pericolosi criminali e chi ha infranto la legge ma pretende di non pagarne le conseguenze. Sarebbe invece violenza se, tornando all’esempio dell’ICE, i suoi agenti ferissero i clandestini prima di arrestarli o, peggio ancora, li picchiassero o torturassero dopo l’arresto, per poi eliminarli: questo infatti facevano i famigerati Tonton Macoutes, i pretoriani del dittatore di Haiti Francois Duvalier, e questo hanno fatto poche settimane fa i Pasdaran iraniani contro i dissidenti, fino ad ammazzarne più di trentamila nel giro di pochi giorni.
Il tutto, nel silenzio assordante della sinistra, che starnazza solo contro gli agenti di Trump.
Nulla di tutto ciò avviene con l’ICE: gli arrestati vengono perlopiù rispediti al loro paese o chiusi in centri di detenzione in attesa del rimpatrio, in altre parole vengono fatti remigrare, non deportati, come lamentano le anime belle di tutto il mondo, Italia compresa.
Ma, ancora una volta, si gioca sull’equivoco semantico, identificando la remigrazione con la deportazione, che invece ha un significato del tutto opposto: deportare significa infatti costringere, con la violenza, migliaia di persone a lasciare le proprie terre per essere trasferite altrove, a lavorare come schiavi, a morire nei campi di concentramento o a “colonizzare” altre nazioni, come faceva Stalin quando “russificava” territori che russi non erano, come il Donbass, i Paesi Baltici o quelli dell’Asia Centrale.
Arrivando all’Italia
Non è un caso infatti che a Roma, poche settimane fa, esponenti di sinistra abbiano impedito fisicamente lo svolgersi di un convegno sulla remigrazione che si sarebbe dovuto tenere nella sala stampa della Camera, con lo scopo di “impedire ai nazisti di discutere e portare avanti il loro progetto di deportazione degli immigrati”.
Si è trattato di un caso di violenza politica, tanto più grave perché avvenuto all’interno del Parlamento, luogo di elezione per discutere di qualsivoglia proposta politica.
Deportazione?
Ma stiamo scherzando?
Remigrazione significa anzitutto rimandare a casa loro delinquenti e clandestini, se necessario in manette, da togliere non appena arrivati a destinazione. Come vediamo fare in televisione dalle nostre forze dell’ordine quando, dopo aver arrestato dei mafiosi, li ammanettano e, premendo forte sulla loro testa, li costringono a entrare nell’automobile di servizio.
Non li stanno mica incaprettando, come fanno invece i mafiosi stessi con gli esponenti di clan rivali o con i cosiddetti “infami”!
Ma come si è sviluppato nel tempo questo “slittamento semantico” che ha portato a sovrapporre la forza alla violenza, fino alla loro completa identificazione?
Si è trattato di un lungo processo, deliberatamente messo in atto dalla sinistra “pacifista”, “antiautoritaria” e “buonista”, che ha occupato le istituzioni culturali, i media, il mondo dello spettacolo e, soprattutto, la scuola. Ed è su quest’ultimo settore che mi soffermerò nella mia analisi, dato che lo conosco bene perché sono stato insegnante per quasi quarant’anni.
Una certa pedagogia “progressista” ha colonizzato l’intero mondo scolastico, a seguito delle proteste studentesche del ’68 e nel nome di Don Milani: il buon prete, ottimo insegnante ma pessimo ideologo, ha dato una sterzata demagogica alla scuola, sostenendo che, in quella dell’obbligo, non si deve mai bocciare. Il motivo?
Se un ragazzo non raggiunge la sufficienza in molte materie, la colpa è degli insegnanti che non hanno trovato modo di coinvolgerlo nello studio. Sorvolo su questa concezione dello studente come “tabula rasa”, senza quelle caratteristiche di maggiore, minore intelligenza o di predisposizione allo studio che ne fanno un essere umano e non un semplice foglio bianco sul quale scrivere le istruzioni, come si farebbe con un computer da programmare. Mi soffermo invece sulla progressiva cancellazione della punizione come giusta reazione a gravi infrazioni disciplinari da parte di alunni maleducati che, troppo spesso, causano stress e frustrazione agli insegnanti, finendo col danneggiare l’intera classe.
Un esempio?
Eccone uno, fresco fresco di cronaca dove dei genitori a Grosseto sono costretti a tenere a casa i figi per l’escalation di violenze nell’istituto scolastico.
La sanzione disciplinare, ovvero una giusta manifestazione di forza utile a garantire il buon funzionamento delle lezioni, viene intesa come violenza traumatizzante per l’alunno ingestibile e pazienza se a pagarne le conseguenze sono gli altri studenti.
Si è passati così da una scuola troppo autoritaria, nella quale non si lesinavano scapaccioni, a una scuola nella quale è quasi impossibile sospendere uno studente, anche se arriva a offendere o addirittura ad aggredire i compagni di classe e talvolta persino gli insegnanti. Per non parlare della bocciatura, diventata ormai un tabù assoluto, anche quando sarebbe utile per consentire allo studente di recuperare e consolidare alcune materie.
Il tutto, si capisce, nel nome dell’inclusione che, come ho già scritto in precedenti articoli, considero niente di più che una puzzolente supposta ideologica: la smania di includere a tutti i costi non ha solo causato danni forse irreparabili alla scuola, ma soprattutto all’intera nazione, in particolare in tema di immigrazione: in Italia quasi la metà dei reati sono commessi dagli immigrati, che non rappresentano neppure il 10% della popolazione. Nonostante ciò, per la sinistra, vanno inclusi a tutti i costi nella società, anche se clandestini, piaccia o non piaccia a milioni di cittadini ormai esasperati.
Un’ultima riflessione sulla scuola: nell’istituzione dove si dovrebbe sviluppare il senso di responsabilità e dei diritti – doveri, alla base del vivere civile e del confronto democratico, si è invece instaurata la dittatura della “pedocrazia”: la sua parola d’ordine, per dirigenti e docenti tremebondi, è “minimizzare”, persino comportamenti da codice penale, quando commessi dagli alunni. Una scuola nella quale, sempre più frequentemente, insegnanti colpevoli di avere anche solo rimproverato uno studente, vengono fisicamente aggrediti dai genitori durante vere e proprie spedizioni punitive.
Per concludere: la giusta forza dell’istituzione scolastica, cacciata dalla porta principale, rientra così dalla finestra, trasformata in violenza incontrollata.
Crollano le percentuali dei crimini negli USA. Grazie ICE?
Non meravigliamoci dunque se buona parte dell’opinione pubblica, beatamente rincretinita da decenni di buonismo, si scandalizza se si parla di remigrazione o se vede in televisione gli agenti dell’ICE che usano la forza, anzitutto contro individui pericolosi, stupratori, esponenti di gangs criminali e dei cartelli del narcotraffico.
E i risultati si vedono: di pochi giorni fa è la notizia che i reati commessi nel 2025 negli USA sono crollati come mai si era visto prima in tutta la storia della Nazione:
Inutile sottolineare che il merito di tutto ciò va attribuito anzitutto alla tanto vituperata ICE.
Nonostante ciò la campagna denigratoria contro di essa non si arresta, anzi: Amnesty International sta lanciando un’iniziativa globale contro l’ICE, nel tentativo di impedirle di operare, soprattutto dopo quanto accaduto a Renee Good e ad Alex Pretti:
Ma la stessa sollecitudine Amnesty International non l’ha usata quando si è trattato di denunciare la persecuzione dei cristiani da parte dell’ISIS.
Mi riservo, in un articolo successivo, di analizzare le uccisioni della Good e di Pretti, che presentano alcune analogie ma anche importanti differenze. Ricordo però che Tom Homan, il capo dell’ICE, ha ripetutamente dichiarato che le proteste anti ICE sono perfettamente legittime, purché non interferiscano con gli arresti, allo scopo di impedirli: non solo perché sarebbe una violazione della legge, ma anche per evitare tragici incidenti che possono coinvolgere o gli attivisti stessi o gli agenti.
Può bastare infatti un gesto inconsulto male interpretato, o un tamponamento casuale, per scatenare una reazione violenta dei poliziotti. Purtroppo è accaduto, come nei casi sopra citati, ma si consideri anche il rovescio della medaglia: se gli attivisti riescono a bloccare degli agenti mentre arrestano un criminale e questo riesce a sfuggire all’arresto oppure ad armarsi e a uccidere uno o più agenti, come la mettiamo?
È chiaro che gli attivisti, da paladini della giustizia, diventerebbero complici di un grave crimine, con conseguenze penali pesantissime e strameritate.
Ne consegue che, quando gli attivisti bloccano le forze dell’ordine nell’esercizio delle proprie funzioni, si cacciano in un ginepraio dove può succedere tutto e il contrario di tutto. Ma soprattutto: ancora una volta la forza legittima, fatta uscire dalla porta col pretesto della giustizia sociale, può rientrare dalla finestra, trasformata in violenza irrimediabile.
Leo Bacchi
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