L’asso nella manica di Kiev
Mentre il fronte orientale traccheggia tra trincee e droni, Volodymyr Zelensky ha finalmente calato l’asso nella manica. Un colpo da maestro che passerà ai manuali della strategia militare accanto a Waterloo e allo sbarco in Normandia: la firma del decreto presidenziale che sanziona lo studio Animaccord, insieme a registi, sceneggiatori e produttori di Masha e Orso.
Avete capito bene. La minaccia numero uno per la sicurezza nazionale ucraina, l’arma geopolitica più insidiosa del Cremlino, non è un missile ipersonico né un battaglione di spetsnaz. È una bimba siberiana rompicoglioni con il vestito rosa e un ex orso da circo che vorrebbe solo andarsene in pensione a pescare in pace.
L’incombente minaccia di Peppa Pig
Il Ministero della Cultura di Kiev, per bocca della ministra Tetyana Berezhna, ha chiarito con fermezza che «non c’è posto per la propaganda russa sugli schermi dei bambini». Una decisione che trova persino sponda negli ambienti analitici di Regno Unito ed Estonia, da anni convinti che l’orso antropomorfo incarni un subdolo soft power moscovita.
Resta solo da capire come verrà strutturata la difesa antiaerea nel momento in cui Peppa Pig deciderà di invadere i Baltici o i Teletubbies organizzeranno un colpo di Stato a Bruxelles.
Dai sanitari dorati alla caccia all’orso
Che l’ispirazione sia arrivata dai gloriosi trascorsi da comico del presidente ucraino è un sospetto lecito. Trasformare la geopolitica globale in uno sketch satirico di terza categoria richiede una certa vocazione teatrale.
Del resto, mentre i contribuenti europei — volenterosi o meno — continuano a staccare assegni a fondo perduto per finanziare la causa, tra scandaletti su appalti gonfiati e sanitari placcati d’oro negli uffici governativi, i vertici di Kiev dimostrano di avere priorità ben più stringenti: stanare l’imperialismo russo nascosto tra un barattolo di marmellata e una gag per treenni.
L’isteria culturale tra censura e spavento
L’impostazione della guerra culturale europea viaggia ormai su binari surreali. Se da una parte le cancellazioni woke travolgono i classici dell’animazione o ridisegnano le fiabe tradizionali in chiave progressista, dall’altra l’isteria bellica proibisce le esibizioni ai direttori d’orchestra, squalifica gli atleti alle Olimpiadi e mette sotto embargo le avventure di un animale di pezza virtuale.
Tra diplomazie paralizzate e proclami grotteschi, questa faida civile nell’Est Europa sta sfoderando una comicità involontaria che fa quasi più paura della tragedia stessa. Quando le istituzioni statali arrivano a firmare decreti contro i cartoni animati per la prima infanzia, il confine tra la strategia bellica e il ricovero coatto non è mai stato così sottile.
Redazione
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