Sì, anche la Melonez, come la Ferragnez, ha dovuto ingoiare il suo pandoro avvelenato; per lei il pandoro si chiamava referendum. Tante le interpretazioni a caldo della sconfitta del SÌ, tutte più o meno valide, ma proviamo a uscire dall’ovvio. Vero è che questo referendum è un tale e ininfluente guazzabuglio giuridico-amministrativo dal punto di vista della giustizia reale che sorge il sospetto fosse solo un primo “step” per ben altra riforma successiva. Non può passare l’opinione che si tratti di pura incompetenza il fatto che il ministro Nordio non sappia che il vero strapotere del PM ha un padre e una data di nascita: il 24 ottobre 1989 e il ministro Vassalli. Quella riforma immise un parziale rito accusatorio all’interno di una struttura nata inquisitoria, attribuendo al PM un potere straordinario anche perché, vero generale della giustizia, venne dotato di un “esercito” solo suo, smisurato e obbediente: la Polizia Giudiziaria, sottratta ai Questori.
La separazione delle carriere e l’illusione narrativa
Non può sfuggire a Nordio che lo stesso Vassalli sosteneva come non si possa ritenere tendenzialmente accusatorio un sistema processuale che prescinda dalla separazione ordinamentale del giudice dal pubblico ministero. Vassalli affermava che parlare di sistema accusatorio laddove il PM è un magistrato uguale al giudice — essendo colleghi — non rende leale tale definizione. Vedeva il PM come organo amministrativo, forse elettivo. Questa prospettiva è il vero motivo del NO dei magistrati, ma la stessa, sottaciuta, è la vera motivazione del SÌ di un governo che, finora, è riuscito con una “magia” narrativa degna di una influencer ad ammaliare i suoi followers con il nulla. Sentendosi sicuro nella sua supponenza, ha però esagerato con affermazioni che, anche a fronte di un diffuso analfabetismo funzionale, non sono passate. Se la premier afferma che la separazione delle carriere avrebbe eliminato l’immigrazione o fermato spacciatori, significa che non ha capito il referendum o che la sua narrazione è volutamente fuori dalla realtà per fidelizzare i seguaci.
Il peso della geopolitica sulle tasche degli elettori
Il voto era volutamente politico perché il governo era certo di controllare i propri elettori. Aveva già fatto ingoiare la guerra contro la Russia a fianco degli USA, ma l’arroganza del potere è una brutta compagna. Il governo ha sottovalutato la guerra all’Iran della coppia Israele/USA senza una reale dissociazione dell’Italia (e come poteva Giorgia dissociarsi da chi le garantisce il posto?). Le conseguenze economiche hanno colpito duramente le tasche degli elettori, che questa volta ne hanno “le tasche piene” e hanno votato contro il governo. Un’ultima osservazione: mentre molti disertori delle urne sono tornati al voto per intimare alla Premier che così non va, resta il dubbio su alcune enclave culturali e religiose di tradizione che si sono schierate con il SÌ meloniano. Mancato approfondimento o necessità di mercato? Una volta discesi dalla tigre evoliana, forse non importa il mezzo che si cavalca, ma il fine a cui si tende.
Giovanni Preziosa
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