La vicenda della cagnolina Zara si è trasformata in poche settimane da caso locale di tutela animale a questione nazionale, sollevando interrogativi profondi sul rapporto tra animalismo, comunicazione e politica.
Al centro della polemica c’è la deputata Michela Vittoria Brambilla, che aveva annunciato pubblicamente di aver adottato l’animale, salvo che verifiche successive e puntuali hanno dimostrato che quell’adozione non è mai avvenuta.
La vicenda Zara: i fatti dietro la narrazione Zara viene sottoposta a sequestro amministrativo nel maggio 2025 e affidata a una struttura gestita da volontari, dove resta per mesi. Durante questo periodo, secondo quanto documentato dalle associazioni che se ne sono occupate, la cagnolina mostra segni di recupero comportamentale e di fiducia verso l’uomo.
A dicembre, però, l’autorità sanitaria dispone la restituzione al precedente detentore. Le immagini diffuse in quel momento mostrano una Zara visibilmente spaventata, riluttante al contatto, con segnali di stress evidenti. I volontari chiedono una valutazione comportamentale approfondita e maggiore prudenza, ma la procedura va avanti.
L’intervento di Michela Vittoria Brambilla
È in questo contesto che interviene Michela Vittoria Brambilla, che attraverso dichiarazioni pubbliche e contenuti social annuncia di aver “trovato una nuova casa” per Zara, affermando che la cagnolina “ora sta con lei”. Il messaggio veicolato all’opinione pubblica è chiaro: Zara è stata adottata e la vicenda ha finalmente un lieto fine.
Ma quel lieto fine, nei fatti, non esiste. Le verifiche svolte da associazioni di volontariato indipendenti, attraverso accesso agli atti, controlli sui registri e richieste formali agli enti competenti, hanno accertato che: non risulta alcun atto di adozione intestato alla deputata; non esiste un affidamento definitivo formalizzato; non vi sono riscontri che Zara viva stabilmente presso l’abitazione di Brambilla.
La comunicazione pubblica ha quindi indotto l’opinione pubblica a credere a un’adozione che non c’è mai stata, confondendo deliberatamente affido, intervento temporaneo e adozione definitiva. Una narrazione efficace sul piano emotivo, ma priva di riscontro documentale. Zara è diventata così un simbolo mediatico, più che una reale priorità di tutela. Il caso Zara non è un episodio isolato, ma si inserisce in un percorso più ampio che riguarda il modo in cui l’animalismo è stato portato dentro la politica italiana.
Movimento Animalista
Nel 2017 nasce il Movimento Animalista, un progetto politico sostenuto e voluto da Silvio Berlusconi, che ne favorisce la nascita e ne affida la guida proprio a Michela Vittoria Brambilla. Il movimento si presenta come veicolo delle istanze animaliste nelle istituzioni, ma si colloca fin da subito nell’orbita del centrodestra, intrecciando militanza, visibilità mediatica e consenso elettorale. Questa sovrapposizione tra ruoli, parlamentare, leader politica animalista, volto mediatico e presidente di un’associazione nazionale, è da anni al centro di critiche e polemiche. Negli ultimi anni, inchieste giornalistiche e analisi indipendenti hanno sollevato dubbi sull’utilizzo di fondi della LEIDAA, l’associazione animalista fondata e presieduta da Brambilla.
In particolare, vengono contestate alcune spese considerate non coerenti con la mission di tutela animale e riconducibili a un uso personale o di immagine. servizi di auto con autista (auto blu), per un importo di circa 7.500 euro, pagati dall’associazione per spostamenti della deputata non direttamente collegabili a interventi di soccorso animale; spese per spazi e strutture private, come lavori o manutenzioni riferite a contesti personali, difficilmente giustificabili come attività di tutela animale; costi di rappresentanza e logistica che, secondo i critici, avrebbero sostenuto soprattutto il profilo pubblico e politico della presidente dell’associazione.
Il principio etico
Le contestazioni non riguardano solo la legittimità formale delle spese, ma il principio etico: fondi donati da cittadini per salvare animali vengono utilizzati in modo tale da rafforzare l’immagine personale e politica di chi guida l’associazione.
La vicenda Zara e le polemiche sulle spese associative pongono una domanda cruciale: può l’animalismo diventare uno strumento di comunicazione politica senza perdere credibilità? un’adozione viene annunciata ma non esiste, un animale diventa un simbolo mediatico, e le risorse destinate alla tutela finiscono in spese opache, il rischio è che la causa animalista venga svuotata del suo significato più profondo.
Zara non è solo una cagnolina al centro di una storia controversa. È il riflesso di un sistema in cui l’emozione sostituisce i documenti, e il racconto prende il posto della verità.
La falsa adozione non è una svista: è il segno di un animalismo che, quando diventa palcoscenico politico, smette di mettere davvero al centro gli animali.
E Zara, ancora una volta, resta senza giustizia.
Valerio Arenare
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