traduzione di Claudio Mutti, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2026, pp. 112, € 17,00
Nella presente edizione delle Olimpiche di Pindaro, curate e tradotte da Claudio Mutti, ci troviamo dinanzi a un’opera che non si limita a restituire un classico della lirica greca, ma ambisce consapevolmente a riattivarne la dimensione sacrale, restituendo al lettore moderno la densità teologica, politica e simbolica che costituisce la sostanza del canto pindarico. L’operazione editoriale, sin dalla Nota introduttiva, chiarisce con nettezza il quadro: Pindaro non è semplicemente un poeta celebrativo, bensì l’interprete di un ordine cosmico in cui il divino irradia il mondo umano secondo leggi di destino, di grazia e di merito.
Già nelle prime pagine emerge un tratto decisivo: la collocazione di Pindaro entro un orizzonte aristocratico e sacrale, impermeabile — o almeno resistente — alle trasformazioni democratiche del V secolo. La sua fedeltà ad un mondo “che tramontava” non è segno di arretratezza, bensì di coerenza: egli rimane custode di una visione verticale dell’esistenza, in cui la virtù (aretá), lungi dall’essere prodotto sociale, è manifestazione di una natura originaria (fuá) illuminata dal favore divino. In questo senso, la poesia pindarica si configura come una vera e propria teofania: non analizza il divino, lo rivela.
La traduzione di Mutti si muove con equilibrio tra fedeltà filologica e tensione poetica. Non si tratta di una resa meramente letterale, ma di un tentativo — riuscito — di restituire il ritmo sacrale dell’originale, mantenendo quella solennità che costituisce l’impronta distintiva della lirica corale. L’uso di un italiano alto, talvolta volutamente arcaizzante, non appare mai gratuito: esso si pone come necessario correlato stilistico alla materia trattata, evitando la banalizzazione moderna di un testo intrinsecamente ieratico.
L’Olimpica I rappresenta già un compendio dei temi fondamentali. L’incipit — “L’acqua è il bene più grande / e l’oro splende più d’ogni superba / ricchezza” — non è semplice ornamento retorico, ma costruzione di una gerarchia simbolica culminante nell’esaltazione degli agoni olimpici.
La funzione della poesia emerge con chiarezza: essa è causa di immortalità, ma non in senso puramente memoriale. Il canto pindarico conferisce forma alla gloria, la inscrive in un ordine cosmico. La vittoria agonistica non è mero successo atletico, bensì segno visibile di una grazia invisibile. Il vincitore diviene epifania di un favore divino che si manifesta attraverso la sua eccellenza.
Particolarmente rilevante è il trattamento del mito, che in Pindaro non viene mai accolto passivamente. Al contrario, esso è sottoposto a una sorta di purificazione etica: emblematico è il rifiuto della versione antropofagica del mito di Pelope, sostituita da una narrazione che preserva la dignità degli dèi. Qui si coglie una tensione teologica profonda: il poeta si fa garante della verità divina contro le deformazioni della tradizione popolare. La poesia diventa così strumento di rettificazione del mito.
L’Olimpica II amplia ulteriormente l’orizzonte, introducendo una riflessione escatologica di straordinaria intensità. Il passo dedicato al destino delle anime — con la distinzione tra i giusti e gli empi, e la visione delle Isole dei Beati — rivela una concezione dell’aldilà che supera il semplice immaginario mitico, per configurarsi come vera e propria dottrina morale. La triplice prova dell’anima, il giudizio sotterraneo, la beatitudine riservata ai giusti sono elementi che testimoniano una visione etica profondamente strutturata.
In questo contesto, la vittoria agonistica assume un significato ulteriore: essa non è soltanto segno di eccellenza terrena, ma anticipazione di una possibile elevazione ultraterrena. Il poeta, dunque, non celebra soltanto il presente, ma inscrive l’azione umana in una prospettiva metastorica, in cui il tempo diviene veicolo di rivelazione.
Matteo Pio Impagnatiello
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