La cronaca riportata da alcuni quotidiani racconta una realtà che sempre più italiani percepiscono come paradossale: individui con precedenti per violenza, rapina, aggressioni o reati sessuali che vengono liberati dai centri per il rimpatrio o rimessi in circolazione dopo decisioni giudiziarie.
Alcuni di loro, una volta tornati liberi, tornano a delinquere. Tra i casi citati compare anche quello del cosiddetto “maniaco del treno”, responsabile di aggressioni sui convogli regionali tra Emilia e Lombardia.
I giudici sono ormai fuori controllo
È una situazione che provoca indignazione e paura. Tuttavia, se vogliamo affrontarla con onestà intellettuale, bisogna partire da un punto che spesso viene ignorato nel dibattito pubblico: i giudici non agiscono nel vuoto.
Se dispongono la liberazione di qualcuno, lo fanno perché la legge glielo consente.
Non si tratta di un arbitrio individuale, ma dell’applicazione di norme esistenti. Lo stesso vale per gli avvocati che presentano ricorsi o chiedono la scarcerazione o la non convalida del trattenimento nei CPR. Anche loro operano all’interno di un quadro normativo che consente tali richieste. È il sistema giuridico a prevederlo.
È legittimo chiedersi chi sostenga economicamente queste difese, ma dal punto di vista formale il meccanismo è previsto e regolato dalle leggi vigenti. Il punto, dunque, non è la singola decisione giudiziaria né la singola strategia difensiva. Il punto è che la legge permette tutto questo. Ed è qui che emerge una frattura sempre più evidente tra la legge e ciò che molti cittadini percepiscono come giustizia.
La legge è un prodotto politico
Viene scritta, modificata e riscritta da parlamenti e governi che si succedono nel tempo.
La giustizia, invece, dovrebbe rappresentare qualcosa di più profondo: la tutela della comunità, la difesa della sicurezza pubblica, la protezione di chi vive e lavora nel Paese. Quando l’ordinamento produce effetti che sembrano andare nella direzione opposta, non basta indignarsi per i singoli casi. Occorre interrogarsi sul modello giuridico che li rende possibili. Negli ultimi decenni si sono alternati governi di ogni colore politico.
Maggioranze diverse hanno scritto e riscritto norme sull’immigrazione, sulla detenzione amministrativa e sui rimpatri. Eppure il risultato appare sempre più fragile: un sistema normativo pieno di procedure, vincoli e interpretazioni che spesso finiscono per lasciare sul territorio persone che avrebbero dovuto essere allontanate o comunque impedire loro di tornare rapidamente in libertà.
Ogni sentenza in Italia viene pronunciata “in nome del popolo italiano”.
È una formula solenne che dovrebbe ricordare a tutti la finalità ultima della giustizia: servire la comunità nazionale. Proprio per questo, quando l’ordinamento produce decisioni che molti cittadini faticano a comprendere, la domanda diventa inevitabile: le leggi che regolano queste materie stanno davvero rispondendo agli interessi del popolo italiano oppure riflettono un sistema normativo sempre più condizionato da equilibri politici, vincoli sovranazionali e costruzioni giuridiche lontane dalla realtà quotidiana?
Continuare a cercare capri espiatori tra magistrati o avvocati serve a poco. Chi opera nei tribunali applica strumenti che altri hanno scritto. Il nodo reale si trova nella produzione legislativa e nella visione di giustizia che la ispira.
Se la legge consente risultati che una parte crescente della società considera ingiusti o pericolosi, la questione non riguarda chi la applica, ma chi continua a costruirla in questo modo.
In una democrazia, la responsabilità ultima di quel sistema ricade inevitabilmente su chi ha il potere di cambiarlo e sceglie di non farlo.
Gianluca Mingardi
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