Credo che il viaggio sia cominciato non per nascondersi dal mondo e dai suoi mali, non per distruggerli, ché l’impresa, malgrado fossero giovanissimi, già consideravano titanica se non impossibile, ma per arginarli.
Cullavano la speranza che una piccola luce potesse spaventare la notte, che il loro fuoco potesse riscaldare qualcuno, che la loro indignazione suscitasse una qualche, anche sommessa, reazione.
Laddove tutti indicavano una strada, loro ne scorgevano un’altra.
La loro era tortuosa eppure luminosissima, impervia eppure attraente.
Credo che anche molti degli amici la vedessero, ma mancava loro il temperamento, il coraggio, anzi…mancava loro soprattutto l’indignazione.
Loro erano indignati contro la decadenza che li circondava e che gli cadeva addosso come membra morte; erano indignati contro chi, pur riconoscendola, fingeva di non vederla per non doverla combattere e indignati sarebbero stati con se stessi se avessero rinunciato ad opporsi, per quel che potevano, per quel che sapevano.
Si, fu l’indignazione che dettò il coraggio!
Si iscrissero tutti al movimento che non era affatto clandestino, ma loro si sentivano carbonari, fratelli in una mitica impresa, incompresi dal mondo e comprensibili sono a se stessi; gli altri, la stragrande maggioranza, erano voluti rimaner fuori e quella decisione aveva impreziosito la loro; quella vigliaccheria o inconsapevolezza o stupidità aveva illuminato la scelta appena compiuta; l’aveva elevata, nobilitata…pochi contro molti….pochissimi contro la maggioranza…in fondo non avrebbero potuto desiderare di meglio!
Erano affamati di giustizia non di gloria; di pulizia non di fama.
Sentivano di esser nati nel tempo sbagliato in una terra sfigurata; erano samurai di un’altra tradizione; erano chiamati a disseppellire le armi dell’onore in un mondo che ne aveva dimenticato l’uso e la gloria.
Avrebbero sacrificato i giorni, le frivolezze e certe borghesi possibilità di carriera, di arricchimento, di denari: la loro strada ne avrebbe precluse tante altre.
Non sapevano che avrebbero sacrificato tutto!
Non sapevano che la strada sarebbe stata breve e che il cammino intrapreso sarebbe stato presto fermato: un manipolo di delinquenti con armi da fuoco da guerra contro cinque giovani uomini armati di volantini per un concerto.
Caddero Francesco Ciavatta e Franco Bigonzetti.
Erano ventenni ed erano usciti da quella sezione del MSI per proporre un sogno ed afferrare i propri.
Il padre di Francesco non ha voluto né potuto sopportare il suo dolore e se ne è andato senza attendere la chiamata di Dio; sua madre è morta da poco, dopo esser già morta nel cuore quel giorno feroce.
Durante una manifestazione di protesta fu ucciso un altro sognatore innocente, Stefano Recchioni e un anno più tardi, reo di nulla, reo di vivere, fu giustiziato con un colpo alla nuca Alberto Giaquinto, sedici anni; il suo assassino è un poliziotto impunito la cui infamia lo precederà di fronte al Giudice supremo.
Con loro, nelle braccia del Dio della consolazione, sono vivi per sempre i fratelli Mattei, Sergio Ramelli, Miki Mantakas, Mario Zicchieri, Angelo Pistolesi, Stefano Cecchetti, Francesco Cecchin, Angelo Mancia, Paolo Di Nella e tutti gli cari ragazzi che col sangue e tanta sofferenza hanno testimoniato la loro fedeltà.
Non hanno avuto il tempo, questi giovani uomini, per continuare a bruciare della passione dei loro anni…nessuno di loro ebbe, apparentemente, il tempo per nulla se non per contemplare, per un attimo, sogni e speranze; eppure sono lì, ormai intoccabili, ormai immortali, in quel giardino dei ricordi in cui passeggiano gli eroi e i martiri e a noi, che lo contempliamo ad ogni anniversario, ci sembra sia ricoperto di petali:
“Tra gli uomini, il samurai; tra i fiori, il ciliegio”
Irma Trombetta
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