Salvini ha reagito al nuovo stop della Corte dei Conti sul ponte sullo Stretto con la consueta retorica della “determinazione” e della “fiducia”: «I nostri esperti sono già al lavoro per chiarire tutti i punti», ha dichiarato dopo che la magistratura contabile ha negato il visto di legittimità al terzo atto aggiuntivo della convenzione tra il ministero delle Infrastrutture e la società Stretto di Messina.
Non sorprende che, da parte sua, il ministro non voglia apparire scosso: ogni intoppo amministrativo viene presentato come un ostacolo esterno da superare, più che come un segnale di possibili fragilità nel percorso progettuale.
E infatti la vicenda non è isolata: nelle settimane precedenti la Corte aveva già respinto una delibera chiave, mostrando come il cantiere proceda su un terreno tutt’altro che stabile. Questo atteggiamento ha due lati. Da un lato, è comprensibile che un ministro difenda il proprio progetto con convinzione; dall’altro, emergono contraddizioni evidenti. La narrativa del “si va avanti comunque” appare più un tentativo di tenere alta la pressione mediatica che la dimostrazione di un piano amministrativo inattaccabile.
Se gli “esperti” devono ancora “chiarire tutti i punti”, significa che non tutto era così solido come annunciato mesi fa, quando si parlava di lavori pronti a partire in tempi rapidissimi. Anche la Corte dei Conti, dal canto suo, non si limita a un ruolo notarile.
Da controllo a freno…
Il mancato visto al decreto del 1° agosto 2025 è un atto che incide concretamente sull’iter dell’opera. Il fatto che le motivazioni ufficiali arriveranno entro trenta giorni lascia oggi un ampio margine d’interpretazione. In assenza di spiegazioni tecniche immediate, cresce inevitabilmente il sospetto che il controllo contabile rischi di sovrapporsi alla dinamica politica, trasformandosi in un freno strutturale piuttosto che in una garanzia neutrale.
Chi guarda alla questione con un’attenzione particolare al tema della sovranità nazionale e delle infrastrutture strategiche non può ignorare questo nodo. Se il ponte è davvero un’opera decisiva per la modernizzazione del Paese, allora colpisce che le sue sorti dipendano in modo così significativo da rilievi tecnici non ancora completamente chiariti.
Rimane dunque la domanda: si tratta di un normale esercizio di vigilanza o di un insieme di ostacoli che negli anni si ripetono quasi meccanicamente ogni volta che il progetto tenta di ripartire?
Allo stesso tempo, chi sostiene il valore strategico delle grandi opere pubbliche deve interrogarsi anche sul versante politico.
Servono basi (amministrative) inattaccabili
Se l’iniziativa è presentata come simbolo di rilancio nazionale, allora occorre garantirle basi amministrative inattaccabili, non affidarla alla sola forza comunicativa del momento. La possibilità di intervenire con una nuova delibera o con una registrazione con riserva non risolve il problema originario: serve un impianto giuridico robusto, capace di evitare ulteriori stop .C’è il rischio che l’immagine del ponte come “progetto salvifico” resti confinata alla retorica se non si procede con un metodo rigoroso, capace di prevenire contestazioni.
Per chi ritiene essenziali le grandi infrastrutture come strumenti di sviluppo e coesione nazionale, l’obiettivo non può essere soltanto difendere il progetto, ma pretendere che sia costruito con procedure limpide, solide e inattaccabili. Altrimenti ogni sospensione, ogni rinvio, ogni rilievo tecnico rischia di diventare il pretesto per un nuovo rallentamento.
La vicenda mostra come il ponte non sia semplicemente un’opera ingegneristica, ma un campo di confronto istituzionale. Da una parte c’è un esecutivo che rivendica il diritto di portare avanti un progetto considerato strategico; dall’altra un sistema di controlli che esercita un potere incisivo, capace di rimandare o bloccare i passaggi chiave. In assenza di una progettazione inattaccabile, l’opera resterà esposta a questo dualismo.
La riflessione da trarre è semplice: se un grande progetto vuole davvero rappresentare un momento di
forza per il Paese, non deve poggiare sulla sola volontà politica né farsi paralizzare dal labirinto tecnico-amministrativo. Deve essere costruito su basi chiare, solide e trasparenti, perché solo così potrà resistere nel tempo alle tensioni che oggi emergono con tanta evidenza.
Gianluca Mingardi
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