C’è qualcosa di profondamente ironico nel veder fiorire le mimose ogni 8 marzo, quasi fossero l’addobbo floreale di un monumentale falso storico. Prima di lasciarsi travolgere dalla retorica dei cioccolatini e delle conquiste sociali, bisognerebbe avere il coraggio di sfogliare i registri della storia, quelli veri, che nulla hanno a che fare con il celebre incendio della filanda Cotton di New York. Quella tragedia, con le sue 129 operaie bruciate vive per mano di un padrone cattivo, è semplicemente un’invenzione d’autore, un “falso d’amore” creato a tavolino per dare un’aura di martirologio laico a una data che, in realtà, affonda le sue radici nelle conferenze socialiste di inizio Novecento e nelle piazze della Russia rivoluzionaria e bolscevica.
È proprio da quel mondo rosso, che prometteva di liberare la donna dal “giogo” della famiglia e della maternità, che arriva il primo grande schiaffo alla natura femminile. Mentre Lenin e le sue compagne celebravano l’emancipazione, nelle palestre della Germania dell’Est e dell’Unione Sovietica si consumava un orrore biologico senza precedenti. Atlete trasformate in macchine da guerra, imbottite di ormoni maschili fino a perdere i tratti del volto, costrette a gravidanze pilotate e aborti strategici per sfruttare il picco ormonale delle prime settimane. In quel paradiso dei lavoratori, la donna veniva “liberata” semplicemente diventando un uomo più efficiente o una cavia da laboratorio.
Il colpo di grazia della modernità
Oggi, tramontata l’utopia sovietica, siamo entrati in una fase ancora più grottesca. Dopo aver demolito la figura maschile sotto i colpi dell’accusa di patriarcato tossico e misoginia congenita, l’ideologia contemporanea ha deciso di dare il colpo di grazia alla Donna, negandone l’esistenza stessa come dato biologico oggettivo. Non conta più il corpo, non conta la natura, non conta quella differenza sessuale che è il motore del mondo. Tutto è stato fagocitato dall’autopercezione. Se un uomo decide di sentirsi donna, la realtà deve inchinarsi, i dizionari devono essere riscritti e le porte dei bagni devono spalancarsi.
Il risultato è un cortocircuito surreale che rasenta la crudeltà. Vediamo atleti che, dopo una mediocre carriera tra i maschi, riscoprono una tardiva femminilità interiore e vanno a spazzare via record e podi nelle competizioni femminili, rubando alle donne i frutti di anni di sacrifici. Assistiamo alla pretesa di occupare spazi riservati, carriere e guarentigie che la cultura tradizionale aveva faticosamente costruito per proteggere il cosiddetto “sesso debole”, e che ora vengono colonizzati da chi, nato maschio, pretende di essere accolto come tale sulla base di un capriccio psicologico o di un’inclinazione del momento.
Prospettive di genere?
È il trionfo dell’astrazione sulla carne. Mentre ci propinano corsi di indottrinamento sulla “prospettiva di genere”, la donna reale viene messa in crisi proprio da chi dice di volerla difendere. Il femminismo, nato per rivendicare l’identità femminile, sembra essere diventato il cavallo di Troia per la sua definitiva cancellazione.
Se “donna” può essere chiunque, allora “donna” non è più nessuno. In questo 8 marzo di cartapesta, l’unico vero atto rivoluzionario è rivendicare il diritto di essere ciò che la natura ha deciso, senza dover chiedere il permesso a una commissione ideologica o a un’autocertificazione dell’anima. Forse è ora di liberarsi dalla propaganda e tornare alla realtà oggettiva: quella dove un uomo è un uomo, una donna è una donna e la mimosa, poverina, non serve a nascondere il nulla.
Redazione
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