L’illusione del progresso e la trappola del consumo
Ogni sera guardo la società intorno a me e sento crescere un nodo in gola. La tristezza e l’amarezza si mescolano alla rabbia, una rabbia che non si placa davanti alla vista di un mondo che si vanta di essere libero e avanzato, e che invece mostra solo il volto della sottomissione. La libertà proclamata è un’illusione. Il progresso celebrato è una maschera dietro cui l’uomo viene ridotto a consumatore, a ingranaggio, a cliente senza dignità.
Viviamo in una civiltà che misura ogni cosa in base al denaro, che sposta continuamente l’asticella del benessere, che trasforma ciò che un tempo era ricchezza reale in una mediocrità permanente. Una casa, un lavoro, una famiglia, una comunità: ciò che garantiva stabilità e rispetto è oggi insufficiente. Ciò che un tempo elevava l’uomo ora lo costringe in un perpetuo senso di mancanza. La vita quotidiana diventa un inseguire ciò che non si può mai raggiungere, e la frustrazione diventa parte del tessuto stesso della società.
L’abdicazione della politica e dello Stato
Ogni sera vedo valori morali svanire, sostituiti dalla logica dell’accumulo e del profitto. Chi è astuto e ricco prevale sul più debole, e questo viene celebrato come normale, come naturale, come progresso. La politica che prometteva protezione e giustizia abdica, inchinandosi ai mercati e alle grandi potenze finanziarie. Lo Stato, che dovrebbe essere l’autorità suprema a difesa dei cittadini, è diventato un amministratore servile di equilibri economici e interessi altrui. E noi restiamo esposti, fragili, ridotti a strumenti di un sistema che non controlliamo.
La scintilla della resistenza interiore e la brutalità del mondo
Eppure, non tutto è spento dentro di noi. Nelle pieghe silenziose del cuore, dove il tempo sembra scorrere senza lasciare traccia, qualcosa resiste. Un lume che non si spegne, il senso morale che non si piega alla decadenza, che rifiuta di accettare l’ingiustizia come normalità. Da questo nucleo di consapevolezza nasce una tensione interiore: silenziosa, ma incessante; nascosta, ma pronta a scuotere l’anima. È la scintilla che ricorda che la dignità non si negozia, che l’onore e la giustizia non sono parole vuote. Ed è questa consapevolezza, accesa dall’intransigenza dei principi, che ci spinge a guardare la decadenza con occhi svegli, a sentire dentro di noi la voce di chi ancora non si arrende.
E mentre dentro di noi si agitano queste tensioni morali, il mondo esterno non offre tregua. Ovunque, conflitti e violenze ricordano quanto fragile e instabile sia l’ordine che abbiamo abbracciato. Guerre nascono e si diffondono, i più deboli pagano il prezzo più alto, civili innocenti rimangono intrappolati tra logiche di potere, interessi economici e ambizioni di chi governa. Ogni battaglia, ogni bombardamento, ogni strategia militare diventa testimonianza della brutalità con cui il progresso economico e tecnologico può piegare la vita umana al proprio vantaggio. Non sono eventi lontani o astratti: sono il riflesso di un mondo in cui la retorica della libertà e della democrazia convive con la sopraffazione e la sofferenza, e dove le scelte dei potenti pesano sulle vite dei più fragili. Questa consapevolezza rende ancora più acuto il dolore e amplifica la rabbia, ma non spegne del tutto la coscienza, quella parte di noi che ancora veglia e resiste.
Consapevolezza del presente e lo spirito guerriero
Non è nostalgia del passato, è consapevolezza del presente. È dolore per una società che celebra il progresso mentre perde sé stessa. È rabbia per un mondo in cui la forza e l’astuzia prevalgono sulla dignità e sulla giustizia, e dove chi rimane debole si sente sempre più isolato e privo di strumenti per opporsi. Ogni sera ci troviamo a misurare il vuoto lasciato da anni di rinunce morali e politiche, un vuoto che avvolge le città, le strade, le case, e che penetra silenzioso nelle nostre coscienze.
E mentre osservo questo lento svanire dei valori, la violenza silenziosa di una civiltà che si affida solo alla logica del profitto e alla superficialità delle abitudini quotidiane, sento dentro di me una tensione che non si placa. Un senso morale che, pur se smarrito tra le brume del mondo, non si arrende, non tace, non si dissolve nella rassegnazione. Ed è in questo spazio sospeso, tra la sera che cala e l’ombra che avvolge ogni cosa, che si manifesta un’ultima scintilla di resistenza interiore:
«…e non v’è pace in questo reo tempo, onde il cuore mio dentro si strugge, a destar quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.»
Gianluca Mingardi
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