Il dogma della sintesi lucida
Curiose le smodate reazioni alle parole che Giorgia Meloni ha usato, in Parlamento, per riassumere lo stato dell’arte della situazione internazionale. Mai come in questa occasione — seppur in forma interrogativa — la premier è stata sintetica, lucida, precisa. Rivolta all’aula ormai più cieca che sorda, per quanto sempre grigia, considerando la personalità media di coloro che l’affollano inutilmente, ha chiesto retoricamente: «Le bombe americane sono state buone, quando hanno liberato l’Europa e l’Italia dal nazifascismo, e sarebbero cattive quando cadono su Teheran?».
Il linguaggio del politicamente corretto
Attenzione! Sbagliano e di grosso coloro i quali, accecati dall’ansia di parlare male della Meloni e facendo leva su cliché ormai arrugginiti — prima tra tutti Rosy Bindi — pensano che con quella frase Giorgia abbia tradito la sua incapacità di accettare i verdetti della Storia. Purtroppo, la presidente è stata sincera e, adottando palesemente il linguaggio politically correct — quando mai un’espressione del Movimento Sociale Italiano userebbe il termine nazifascismo? — ha inteso interpretare al meglio il senso della tragedia nazionale: l’accettazione supina, da parte della classe politica al governo dal 1943, delle giustificazioni che i vincitori diedero di quella immane tragedia.
Il diritto divino del più forte
La sostanza è questa: l’America — e Israele con essa — combatte solo battaglie giuste. Non necessitano di alcuna scusante per mettere mano alla pistola, né devono rispondere delle vite che spezzano, nemmeno quando le cancellano in spregio a quelle regole che pretendono vengano rispettate dal resto del mondo. È il prezzo della “liberazione”: America first. In quel “prima” ci sono gli interessi economici e tecnologici necessari a una moderna società industriale, in una misura che permetta agli USA di dirigere le economie altrui. I liberatori non erano volontari di una Onlus, ma l’esercito di una nazione che persegue un chiaro, spietato disegno imperiale.
La menzogna della libertà
È la storia, bellezze! Una visione che è stata alla base anche di un massacro intestino, quando l’élite del Nord decise di strangolare il Sud. Anche allora, dopo cinque anni di stragi, i vincitori dissero di aver combattuto per la libertà degli schiavi. Il maggior storico di quell’evento, l’antifascista Raimondo Luraghi, non ha mai mancato di sottolineare come si trattasse di una sporca menzogna. Pur di far recedere il Sud dalla Secessione, Lincoln fece sapere a Davis che il Sud avrebbe potuto conservare la sua legislazione schiavista. E anche il Sud, per decenni, è stato costretto a pagare il conto della sua “colpa”: quella d’aver perso la guerra.
Messianesimo e vittime collaterali
Gli americani sono così. Si tratta di “messianesimo veterotestamentario”: chi si sente nelle grazie di quel “Signore” si crede legittimato a sterminare i nemici, incluse madri, bambini e animali. Dunque, di che meravigliarsi se il Grande Fratello va in giro per il mondo a rovesciare governi rivendicando diritti acquisiti? Qualcuno ha ricordato come il destino dei bambini di Minab sia stato identico a quello dei bambini di Gorla nel 1944. Allora non esisteva il concetto di “vittime collaterali”, ma la sostanza non cambia: i crimini dei nemici sono atrocità, quelli dell’America sono solo “spiacevolezze” inevitabili per ottenere la democrazia. Finora se l’erano raccontata tutti. Adesso a tutti tocca viverla. O morirci.
Massimiliano Mazzanti
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