Nel giro di pochi giorni, è stata costruita una narrazione coerente e progressiva attorno alla gestione dell’ordine pubblico da parte del governo guidato da Giorgia Meloni.
Il fermo preventivo di 91 anarchici, il contenimento della commemorazione vietata a Roma con decine di identificazioni e, infine, la proiezione di una minaccia futura attraverso l’intervento dell’ex magistrato Antonio Rinaudo, delineano una sequenza precisa: prevenzione, contenimento, anticipazione. Questa costruzione non è soltanto giornalistica. È politica.
E, soprattutto, rivela una forma specifica di esercizio del potere: una forza che si esprime sul piano tecnico-operativo, ma che rimane inscritta nei limiti strutturali dello Stato contemporaneo. Il primo elemento che emerge è la centralità dello strumento preventivo. Il fermo di individui considerati potenzialmente pericolosi, prima ancora che si manifesti una condotta penalmente rilevante, segnala una trasformazione profonda del rapporto tra Stato e conflitto.
Il cambio di passo del governo
Non si tratta più di reprimere un fatto, ma di neutralizzare una possibilità. Questa logica non è nuova, ma il suo utilizzo esplicito indica una progressiva interiorizzazione dell’idea che l’ordine pubblico non possa più essere garantito attraverso la sola reazione. L’ordine deve essere costruito anticipando il disordine. Il secondo elemento riguarda la rappresentazione del “nemico”.
Gli anarchici vengono descritti come soggetti ideologicamente orientati alla violenza, capaci di organizzazione e pronti a sfruttare eventi simbolici per rilanciare la propria azione. Questa costruzione ha una funzione precisa: delimitare un perimetro chiaro entro cui esercitare la forza statale. La presenza di un “nemico” riconoscibile legittima l’intervento e ne rafforza la percezione di necessità. Tuttavia, questa delimitazione comporta anche una riduzione del problema. Il conflitto viene concentrato su un gruppo identificabile, circoscritto, quasi isolabile dal resto del corpo sociale. In questo modo, l’azione dello Stato appare risolutiva proprio perché agisce su un bersaglio definito.
Ma questa apparente chiarezza nasconde una semplificazione: il fenomeno viene trattato come eccezione, non come espressione di una condizione più ampia. Il terzo passaggio, affidato all’analisi di Antonio Rinaudo, introduce la dimensione prospettica.
Guerra aperta ai violenti
L’ipotesi di una radicalizzazione successiva, alimentata dalla costruzione di figure martiriali, apre uno scenario in cui la repressione non esaurisce il ciclo del conflitto, ma contribuisce a rigenerarlo. La dinamica è nota: l’intervento statale produce un effetto immediato di contenimento, ma alimenta, nel medio periodo, una narrazione antagonista che rafforza l’identità del gruppo colpito.
L’azione dello Stato tende a collocarsi dentro un paradigma che separa ordine e società, come se l’ordine potesse essere imposto dall’esterno e mantenuto indipendentemente dalle dinamiche che attraversano il corpo sociale. In realtà, l’ordine non è una sovrastruttura applicabile, ma una condizione che si genera e si sostiene all’interno della società stessa.
Quando questa relazione si indebolisce, l’intervento statale resta efficace sul piano immediato ma non incide sulla radice del problema. L’instabilità che si manifesta in forme radicali non è un’anomalia isolata, ma l’espressione di un processo più profondo: perdita di riferimenti condivisi, frammentazione dei legami sociali, indebolimento dell’autorità come principio riconosciuto. In assenza di una continuità tra ordine e società, la forza dello Stato rimane operativa ma non fondativa. Agisce, contiene, interviene, ma non struttura.
E ciò che non viene strutturato tende inevitabilmente a ripresentarsi sotto forme diverse, rendendo ogni intervento parte di una gestione permanente dell’instabilità piuttosto che di una sua effettiva risoluzione. In questo contesto, la questione della forza torna centrale.
Non come eccesso o deviazione, ma come attributo essenziale della sovranità.
La forza necessaria che lo Stato deve esercitare
Uno Stato che dispone del monopolio della forza ma esita a esercitarlo fino in fondo finisce per svuotare sé stesso.
Non è la durezza dell’intervento a costituire un problema, ma la sua incertezza: quando la forza viene utilizzata solo in forma episodica o difensiva, perde il suo valore ordinatore e si riduce a strumento contingente. La forza, per essere riconosciuta, non deve essere eccezione ma possibilità concreta e credibile. Dove questa possibilità viene percepita come remota o condizionata, il conflitto tende inevitabilmente a riprodursi.
La sequenza costruita restituisce quindi un’immagine di efficienza operativa, ma allo stesso tempo mette in luce una dipendenza strutturale dalla gestione dell’emergenza.
L’ordine vacillante
Ogni episodio viene affrontato con strumenti adeguati sul piano immediato, ma senza un corrispettivo livello di elaborazione politica capace di incidere sulle cause.
Ne deriva una forma di stabilità apparente, fondata sulla capacità di intervenire rapidamente e con decisione, ma priva di una direzione che trasformi il contesto. L’ordine viene mantenuto, ma non ricostruito. Il conflitto viene contenuto, ma non superato. In questo quadro, il fermo preventivo, le identificazioni di massa e la previsione di nuove escalation non rappresentano anomalie, ma elementi coerenti di un modello che tende a riprodursi.
La sicurezza non è più un risultato, ma un processo permanente. E proprio in questa permanenza si manifesta la distanza tra la forza che lo Stato è in grado di esercitare e quella che sarebbe necessaria per ridefinire il rapporto tra autorità e società.
Gianluca Mingardi
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