In un tempo che si proclama vincitore su ogni forma di miseria, è proprio la miseria a regnare sovrana in ogni ambito.
I giovani adolescenti cadono uno dopo l’altro sotto il peso di un vuoto che nessuna statistica economica potrà mai misurare. Non è più la fame di pane a ucciderli, né la mancanza di un tetto.
È una fame più feroce, più sottile, più definitiva: la fame di senso. Il nichilismo ha invaso le loro anime come un veleno silenzioso, e la reazione è spesso la stessa: una violenza psicopatica, improvvisa, assoluta. Uccidere o uccidersi diventa l’unico gesto che sembra ancora capace di restituire un barlume di esistenza a chi ha smesso di sentirsi vivo.
Perugia e Trescore
Due casi recenti, distanti nello spazio ma tragicamente convergenti nella sostanza, lo gridano con una chiarezza spietata: il diciassettenne pescarese residente nella provincia di Perugia, arrestato mentre progettava una strage scolastica ispirata a Columbine, armato di manuali per ordigni chimici e di un’ossessione per la “razza ariana” trasmessa via Telegram; e il tredicenne di Trescore Balneario, nel Bergamasco, che ha accoltellato la sua professoressa di francese filmando tutto in diretta, con la scritta “vendetta” sulla maglietta e un manifesto intitolato “La soluzione finale” già diffuso online.
Questi non sono episodi isolati di follia giovanile. Sono i frutti maturi di un nichilismo che ha corroso ogni fondamento ed il segno tangibile che l’area identitaria di destra sta perdendo.
La vita religiosa è scomparsa nella vita reale, sostituita da un relativismo morale che non è libertà ma abdicazione: nulla è vero, nulla è bene, nulla è male in sé. Senza un ordine trascendente che dia misura alle passioni, l’adolescente resta abbandonato a sé stesso, preda di impulsi che non sa più governare. La famiglia, quella vera, fatta di autorità amorevole e di esempio quotidiano, si è dissolta in nuclei fragili, separati, liquidi. Al suo posto, schermi che promettono connessioni infinite e consegnano solitudine assoluta.
L’ordine – interiore prima che esteriore – è diventato un concetto ridicolo, del tutto reazionario. L’amore? Ridotto a desiderio fugace, a consumo emotivo, a relazione contrattuale revocabile in qualsiasi momento e ad un mero atto fisico.
Una miscela esplosiva
Le relazioni interpersonali vere, quelle che forgiano il carattere attraverso la fedeltà, il sacrificio, la pazienza, l’ardore del cercarsi come del discutere, sono state sostituite da like e da chat che evaporano all’alba. In questo deserto spirituale, il giovane non cresce, nasce morente oppure, come nei casi citati, implode. E quando l’implosione diventa insopportabile, esplode contro gli altri o contro sé stesso.
Ma c’è un capitolo ancora più amaro, ancora più grave, in questa tragedia. Una parte di questi ragazzi – proprio quelli che cercano un’identità forte, un nemico da combattere, un mito in cui specchiarsi – ha mitizzato una visione grottescamente falsa del “militante di destra”.
Hanno trasformato secoli di storia, di religione, di filosofia, di bellezza, di sacrificio autentico in una caricatura volgare fatta di violenza gratuita, di gesti estremi, di estetica da fumetto nero. Credono che essere “di destra” significhi inneggiare alla distruzione, collezionare manuali di armi, sognare stragi o accoltellamenti come atti di ribellione.
La differenza fondamentale
Ancora una volta si rende necessario ribadire la differenza fondamentale che intercorre tra “ribellione”, “trasgressione” e a questo punto è necessario aggiungere “degenerazione”.
La vera ribellione è un atto nobile, potenzialmente anche riconducibile al sacro. È il gesto di chi, dinanzi a un ordine corrotto o a una tirannia che offende la natura e la verità, si leva non per distruggere ma per restaurare un ordine più alto.
È il cavaliere medievale che impugna la spada contro il drago per difendere il bene comune; è il Controrivoluzionario Vandeano che rifiuta la Rivoluzione e l’anarchia perché riconosce in essa la negazione di ogni gerarchia naturale e divina. La ribellione autentica nasce sempre da un puro atto di amore per ciò che è eterno, non da un odio. Presuppone una misura interiore, una gerarchia di valori, una fede salda e tenacia. È rivolta contro il disordine presente in nome di un ordine trascendente. Non cerca il consenso della folla né lo spettacolo mediatico: cerca la giustizia, anche a costo della solitudine.
La trasgressione meschina figlia dei tempi di oggi
La trasgressione, invece, è cosa ben più meschina. È la violazione della norma compiuta non per restaurare un ordine superiore, ma semplicemente per il gusto di violarla. È l’atto di chi non ha più un ordine da difendere e nemmeno da abbattere: ha soltanto il bisogno infantile di sentirsi vivo attraverso lo scandalo. La trasgressione è teatrale, narcisistica, effimera. Si nutre di provocazione fine a sé stessa, di gesti eclatanti che durano lo spazio di un like o di un titolo di giornale.
Non ha radici né orizzonte: è puro atto di volontà individuale che si esaurisce nel momento stesso in cui viene compiuto. Chi trasgredisce non vuole ricostruire nulla; vuole solo dimostrare a sé stesso e agli altri di non essere più vincolato.
È la libertà del bambino che rompe i piatti per vedere la reazione dei grandi, non la libertà del guerriero che spezza le catene per liberare un popolo.
Ultima degenerazione
La “degenerazione”, infine, è il grado estremo, il punto di non ritorno. Non è più neppure trasgressione: è la decomposizione stessa della forma umana. È quando l’individuo, svuotato di ogni centro spirituale, morale ed etico, non riesce più nemmeno a trasgredire con stile, perché ha perso anche la capacità di riconoscere la norma che vorrebbe infrangere.
La degenerazione è nichilismo compiuto: è l’uomo che uccide o si uccide non per un’idea, nemmeno per un capriccio, ma perché il vuoto dentro di lui ha preso il sopravvento e chiede di essere riempito con un gesto estremo, qualsiasi esso sia. È la violenza psicopatica che progetta una strage come se fosse un videogioco. Non c’è più una “rivolta ideale”, non c’è più una provocazione al mondo borghese: c’è solo la dissoluzione di un’anima che non è stata mai educata a essere tale. La degenerazione è la fine di ogni distinzione tra bene e male, tra bello e brutto, tra sacro e profano. È l’uomo ridotto a pulsione pura, a frammento di materia che si autodistrugge perché non sa più perché esista.
Questi tre termini, oggi, vengono mescolati con cinismo dai media e con superficialità dai giovani stessi. Si chiama «ribellione» ciò che è soltanto trasgressione da social; si ammanta di «idealismo» ciò che è pura degenerazione nichilista. E proprio questa confusione semantica e spirituale è la vera arma letale che la società senza Dio ha consegnato ai suoi figli.
La differenza tra brutalità e coraggio virile
Perché solo chi sa distinguere con rigore tra ribellione nobile, trasgressione vuota e degenerazione mortale può ancora salvarsi dal baratro. Gli altri, quelli che credono di essere «di destra» solo perché odiano, solo perché rompono, solo perché uccidono o si uccidono, non sono ribelli: sono i figli più tragici del mondo moderno che hanno contribuito a subire e a far proliferare.
Confondono la brutalità psicopatica con il coraggio virile, la rabbia nichilista con la serenità del guerriero, la volgarità del gesto scellerato con la virtù interiore che ha animato per millenni le vera Gesta. Non sanno più nulla queste persone della profondità di un pensiero che ha sempre posto l’Ordine della Tradizione contro il caos dell’antitradizione, la bellezza prima della provocazione, il sacrificio silenzioso prima dello spettacolo mediatico.
Non conoscono la serenità di chi ha combattuto sapendo di servire una causa militarmente persa ma che aveva in sé qualcosa di più grande, né il coraggio di chi ha saputo resistere senza mai abbassarsi al livello del nemico. Hanno scambiato le millenarie croci cerchiate dei guerrieri con dei meme, la religione Cattolica con il rito pagano da social. Ma ci ha forse insegnato questo Léon Degrelle in Militia quando ci parla dell’amore delle madri verso i figli? Ma ci è stato fatto capire questo da “Canti assassini” di Massimo Morsello? Ed ancora, è forse all’odio insensato e casuale che il combattente della Rsi e studioso, Rutilio Sermonti, ha mai fatto riferimento in una sola riga di articolo o libro? Potremmo andare avanti all’infinito e scomodare Schmitt, Pound, Ortega y Gasset, Seneca, Maurras e mille altri nomi ed epoche, ma il risultato non cambierebbe!
E qui il discorso si fa duro.
I complici di questa mistificazione sono i media, i professori, i politici di un certo establishment che da decenni hanno costruito un falso nemico per giustificare il proprio potere. Hanno dipinto la “destra” come un mostro informe, un pericolo eterno, un’oscura minaccia da esorcizzare ogni giorno con titoloni, con lezioni di “antifascismo” obbligatorio, con leggi speciali e con un indottrinamento che non lascia spazio al dubbio.
Hanno oppresso i giovani, li hanno derisi, li hanno abbandonati in una società che loro stessi hanno svuotato di Dio, di valori, di anima e di cuore. Senza Dio, senza valori, senza anima: ecco la società che hanno edificato, fatta di consumi, di diritti senza doveri, di identità fluide e di progressismo senza radici. E ora quella stessa società produce l’arma che si ritorce contro di loro e contro tutti: adolescenti nichilisti armati, che hanno interiorizzato il mito del “fascista cattivo” e lo hanno rovesciato in una parodia ancora più vuota e letale.
I media che urlano al “pericolo nero” ogni volta che un ragazzo indossa una maglietta sbagliata, i professori che insegnano il relativismo e poi si stupiscono della violenza, i politici senza fede che predicano l’inclusione mentre distruggono la famiglia e l’ordine naturale: sono loro ad aver seminato questo vento. E ora raccolgono la tempesta.
È necessario, allora, fare una distinzione netta, profonda e senza compromessi, tra ciò che è realmente la destra, militante e identitaria e ciò che non lo è e deve essere respinto con fermezza.
Cosa significa essere di destra
Essere di destra, in senso autentico, significa innanzitutto è riconoscere un ordine trascendente: non la dittatura del più forte, ma la sovranità del bene, del vero, di Dio. Significa coltivare virtù interiori – la fortezza, la temperanza, la giustizia, la prudenza – prima di ogni gesto esteriore. Il militante identitario non è colui che cerca lo scontro volgare o la gloria effimera sui social: è colui che si forma, che studia, che serve una comunità, che difende la propria terra, la propria storia, la propria fede con intelligenza e con coraggio sereno.
È colui che sa sacrificarsi senza odiare, che sa combattere senza degradarsi. La vera destra è fatta di ordine interiore ed esteriore, è la bellezza che resiste al brutto, è il sacrificio che genera vita, è dunque la serenità che non trema davanti al caos. Non è il volgare razzismo da chat, non è la violenza psicopatica, non è il nichilismo mascherato da ribellione.
Figli smarriti della modernità deteriore
Chi confonde queste cose con la militanza identitaria non è di destra: è un figlio smarrito della modernità, un prodotto dello stesso relativismo che crede di combattere. E deve essere aiutato a ritrovare la strada vera, non assecondato nella sua deriva.
I due casi citati – il diciassettenne di Pescara-Perugia che sognava Columbine in nome di una “razza ariana” da Telegram, e il tredicenne bergamasco che ha trasformato il rancore personale in un atto di vendetta filmato – sono lo specchio spietato di questa gioventù abbandonata. Sono vittime di un’epoca che ha tolto loro ogni fondamento e ha offerto in cambio solo simulacri. Il nichilismo non li ha liberati: li ha resi schiavi del proprio vuoto.
Eppure, proprio nella profondità di questa crisi risiede, paradossalmente, una speranza. Perché l’uomo, anche il più ferito, porta dentro di sé il ricordo di un ordine originario. Riconoscere il nichilismo per ciò che è – non una moda giovanile, ma una malattia mortale dell’anima – è il primo passo per guarire.
Servono famiglie vere, scuole vere, maestri veri, una vita religiosa viva, un’identità radicata nella storia e nella trascendenza, Comunità militanti che tornino a formare e ad indicare la lotta al sistema e non ad aggiungere falsi miti e problemi nella vita dei giovani aspiranti militanti. Servono altresì giovani che imparino di nuovo a essere militanti nel senso nobile: custodi di un’eredità, non distruttori di se stessi. Solo così il veleno potrà essere espulso.
Solo così la gioventù smetterà di uccidere o di uccidersi e tornerà a vivere.
Sergio Saraceni
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