Mentre nelle piazze del 25 aprile abbiamo assistito allo spettacolo grottesco di una sinistra impegnata in una sorta di guerra civile tra sfumature di oicofobia, il quadro si è fatto improvvisamente più nitido e, se possibile, ancora più surreale. Da una parte gli europeisti col vessillo blu, dall’altra i pasdaran del woke con l’arcobaleno d’ordinanza, tutti uniti da un unico grande assente: il Tricolore. Si menano tra loro, si accusano di essere troppo o troppo poco atlantisti, ma nel frattempo, a Marghera, il Partito Democratico ha deciso di gettare la maschera e di passare direttamente alla fase della sottomissione dichiarata. Non è una parodia di cattivo gusto, ma la realtà delle comunali veneziane del 2026, dove il logo del PD compare sotto l’invocazione ad Allah, il Clemente e il Misericordioso.

L’articolo di Roberto Riccardi mette a nudo una verità che molti patrioti avevano già intuito: la sinistra immigrazionista ha smesso di cercare l’integrazione per dedicarsi anima e corpo alla capitolazione elettorale. Il volantino dei candidati Ardul e Sumiya Begum non è un ponte tra culture, ma un atto di fede redatto in bengalese, dove l’italiano è ridotto a un misero contorno burocratico.
Invocare la Bismillah in un contesto politico non è un semplice saluto cosmopolita, ma l’accettazione di un sistema valoriale che collide frontalmente con ogni singola battaglia che il PD millanta di combattere ogni giorno. È il cortocircuito finale di un partito che insegue l’asterisco, la schwa e il ddl Zan, ma che poi, per una manciata di voti etnici, si inchina a chi sogna una moschea a Mestre e porta con sé una visione del mondo dove la donna vale la metà di un uomo e l’apostasia è un crimine capitale.
Il silenzio delle femministe
Dove sono finite le vestali del femminismo progressista? Il silenzio di Elly Schlein e delle varie Boldrini è assordante quanto rivelatore. Quando si tratta di attaccare un presepe o un crocefisso in nome di una laicità dogmatica e intollerante, la sinistra è sempre in prima linea, pronta a gridare allo scandalo oscurantista. Ma se il dogma diventa coranico e il patriarcato si presenta con il volto di una comunità che vota in blocco, ecco che i diritti civili diventano improvvisamente negoziabili. La coerenza della sinistra è una merce di scambio che ha il prezzo di un seggio in municipalità: per un pugno di preferenze si è pronti a svendere decenni di lotte, dimostrando che l’amore per l’ “altro” è in realtà solo odio per se stessi e per la propria identità.
Questa strategia del “cavallo di Troia” non è una novità, ma segue un copione già scritto e recitato con esiti tragici in altri luoghi. Dalle zone grigie del Regno Unito, dove il Labour ha alimentato per anni il comunitarismo prima di essere scavalcato da partiti dichiaratamente islamici, fino all’Iran di Khomeini, dove la sinistra aiutò gli ayatollah a salire al potere per poi finire sterminata dagli stessi “alleati”. Il PD sta usando l’immigrazione come una scala per mantenere il potere, senza rendersi conto che, una volta arrivati in cima, i nuovi padroni butteranno via la scala. La sottomissione descritta da Houellebecq non è più fantascienza distopica, ma un programma elettorale distribuito nei quartieri delle nostre città.
Epitaffio in bengalese
Di fronte a questo epitaffio scritto in una lingua che gli italiani non possono nemmeno decifrare, emerge con forza la necessità di una forza popolare che smetta di guardare a queste derive con passiva rassegnazione. Non basta più godere del declino degli autorazzisti; serve una riscossa patriottica che ponga al centro la riconquista della Patria e una seria politica di remigrazione. L’Italia non può diventare il terreno di conquista per chi la abita senza rispettarne le leggi, la storia e la cultura, né può essere svenduta da chi la governa con il complesso di colpa di essere occidentale. Il voto a Marghera non è più una scelta politica, è una chiamata alle armi culturale: o si torna padroni in casa propria, o ci si rassegna a leggere il proprio futuro in un volantino scritto nel nome di un Dio che non ammette repliche né schwa.
*Nota per i non addetti ai livori e al laicismo anticristiano
- Bismillah: Non è un “ciao” esotico. È la formula sacra (Nel nome di Allah) che apre quasi ogni capitolo del Corano. È un atto di sottomissione totale. Metterlo su un volantino non è “multiculturalismo”, è una dichiarazione di appartenenza a un sistema teocratico.
- Schwa (ə): Il pallino della sinistra woke. Il simbolo grafico usato per cancellare i generi maschile e femminile in nome di un’inclusività fluida. Una battaglia epocale per chi non ha problemi reali, che però svanisce istantaneamente quando deve confrontarsi con la “solidità” di chi i generi li distingue eccome: le donne le sottomette e i gay, anziché declinarli al neutro, li lapida direttamente in piazza.
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