Dopo il lancio di Futuro Nazionale, il nuovo soggetto politico di Roberto Vannacci, abbiamo raggiunto il generale per proporgli un’intervista e siamo contenti di poter condividere con il nostro pubblico le risposte ricevute.
Ci scuserà il Generale se abbiamo fatto delle domande molto dirette e se non siamo stati per niente morbidi ma Massimo Morsello in una sua canzone ci ha messo in guardia dalla gente che ci compra e che ci vende da anni. Ovviamente la disponibilità dimostrata dal generale e le risposte date a queste (scomode) domande sono un ottimo biglietto da visita che ci fa ben sperare per il futuro.
Guerra in Ucraina e fiducia al governo Meloni
Onorevole Vannacci, le sue posizioni critiche verso le sanzioni alla Russia e il riarmo sono note e rappresentano una voce chiaramente distinta nel panorama europeo. Tuttavia, in merito al voto dello scorso 11 febbraio sugli aiuti militari all’Ucraina, si è notata una discrepanza tattica: i deputati di Futuro Nazionale hanno espresso un voto contrario agli aiuti, confermando però la fiducia al Governo. Poiché la fiducia implica una condivisione della linea politica dell’esecutivo, inclusa quella sul conflitto, come risponde a chi interpreta questa scelta come una strategia di equilibrismo politico piuttosto che come una ferma opposizione di principio?
Futuro Nazionale nasce per portare il Paese su politiche più sovraniste e più identitarie, in poche parole: più a destra e non più a sinistra. Per questa ragione avevamo dato un segnale di apertura a Giorgia Meloni, con la fiducia al Governo alternativo alla sinistra.
Molte politiche di questo Governo non ci piacciono, ma figuriamoci se possano piacerci quelle di un redivivo Draghi, Conte, Renzi o, peggio ancora, Schlein, Fratoianni, Calenda e Boldrini. Purtroppo, la nostra apertura di fiducia non è stata contraccambiata e il centrodestra moderato ha continuato a bocciare tutte le proposte di Futuro Nazionale.
Noi tiriamo dritto: ai moderati e ai sinistri non prestiamo il fianco. Non vi è stata alcuna discrepanza tattica, tutt’altro. La fiducia serve a due cose: a far passare il provvedimento senza dare spazio ad alcun emendamento e a richiedere il credito per l’operato complessivo del governo. Il voto sul provvedimento, invece, entra nel merito del provvedimento stesso. Futuro nazionale, infatti, ha dato credito all’operato complessivo del governo, dando la fiducia, ma ha votato convintamente NO alla cessione di armi e sussidi all’Ucraina.
Non si tratta di equilibrismo ma di coerenza. Per spiegarlo in termini molto più semplici, ma comprensibili a tutti, se ogni volta che litiga con sua moglie lei dovesse divorziare una vita di coppia sarebbe impossibile. L’essere in disaccordo su alcune questioni, in politica così come nella vita familiare, non rompe un credito di fiducia. Chiaramente, la fiducia è un sentimento reciproco che necessita di essere ricambiato.
Se la linea del Governo sugli aiuti militari dovesse rimanere invariata, nei prossimi decreti, Futuro Nazionale continuerà a garantire la fiducia o esiste una ‘linea rossa’ oltre la quale il sostegno politico verrà meno?
La nostra fiducia, che non è nel merito di quei provvedimenti, ma sul fatto che l’Italia abbia bisogno di un Governo di destra, c’è stata fino a pochi giorni fa come invito elegante all’Esecutivo a tornare a difendere gli interessi dell’Italia e degli italiani.
La linea rossa è stata superata dal momento in cui abbiamo potuto verificare che la maggioranza vuole rimanere ostaggio di politiche moderate, quindi non abbiamo votato la fiducia sul decreto bollette. In ogni caso, da alcuni anni vige il mantra che se sostieni, direttamente o indirettamente, un Governo allora devi anche votare tutto ciò che quel Governo propone: è lo svuotamento della sovranità del potere legislativo.
Noi, invece, su ciò che non è negoziabile, voteremo sempre secondo la nostra convinzione valoriale più profonda. Fiducia o non fiducia. Gli accordi si fanno su aspetti politici neutri o negoziabili, per il resto noi non siamo e non saremo mai in vendita.
La Remigrazione
Il tema della “Remigrazione” è un pilastro dei suoi interventi pubblici, ma abbiamo osservato una certa cautela in merito all’iniziativa di legge popolare del comitato “Remigrazione e Riconquista”, che ha raccolto le firme necessarie in tempi record. Nonostante la vicinanza dei temi, lei non ha ancora invitato esplicitamente il suo elettorato a sostenere questa specifica proposta. Nel momento in cui la legge arriverà in Parlamento, possiamo aspettarci un impegno concreto da parte dei suoi deputati per garantirne la calendarizzazione e il dibattito in aula?
Ogni iniziativa che vada nella direzione della remigrazione è benvenuta per l’Italia. La remigrazione è l’obiettivo, dopodiché esiste un confronto di analisi sugli strumenti per raggiungerlo. Molti contenuti della proposta citata sono oggettivamente una necessità per la Nazione.
Quanto alla discussione parlamentare della proposta, la mia posizione è che ogni iniziativa che arrivi dai cittadini col debito numero di sottoscrizioni debba essere celermente vagliata dal Parlamento. Realisticamente, sappiamo che questo accade di rado, per lentezze e ostruzionismi parlamentari, e che per realizzare gli obiettivi più ostacolati occorrono presenza coraggiosa e strategia parlamentare, insomma un partito.
Anche per questa ragione è nato il Futuro Nazionale.
Al di là della condivisione ideale, quali sono i punti tecnici della proposta di legge ‘Remigrazione e Riconquista’ che la convincono maggiormente e quali, eventualmente, ritiene vadano modificati in sede parlamentare?
Ci sono alcuni punti di quella proposta molto importanti e di cui già parlavo da tempo, come l’estensione dei crimini per cui deve essere prevista la revoca della cittadinanza acquisita con naturalizzazione, la revisione dello strumento dei decreti flusso, l’incentivo economico per la remigrazione volontaria dei regolari.
È invece necessario fare un lavoro di miglioramento su alcuni aspetti come l’introduzione normativa di un tetto percentuale nazionale (lo stesso è da proporsi in sede europea) sulla presenza di extracomunitari e di europei non tali dalla nascita. Anche alcuni aspetti su cui vengono indicati obiettivi, come sul ricongiungimento familiare, possono essere meglio specificati nella norma.
È un lavoro di efficacia che certamente i parlamentari di Futuro Nazionale sanno fare.
La questione palestinese e il contesto internazionale
In passato lei ha affrontato il tema della sovranità palestinese con un approccio realista, sottolineando l’assenza degli elementi costitutivi di uno Stato (popolo definito e confini certi). Oggi, a fronte delle analisi internazionali sulle conseguenze dell’azione militare a Gaza e del dibattito giuridico sulle responsabilità dei soggetti in campo, ritiene che la situazione attuale configuri una violazione dei diritti umani di portata tale da richiedere una revisione del suo giudizio sulla natura del conflitto e sulla tutela del popolo palestinese?
La nostra posizione è chiara ed è stata espressa anche in Parlamento: nessuna vera soluzione è possibile senza il coinvolgimento della Federazione Russa come soggetto che vanta relazioni importanti, multilaterali e credibili nell’area, l’obiettivo deve essere quello di “due popoli, due Stati”, proprio con confini chiari che, come ho sempre detto ,oggi mancano. A questo fine, dovrà chiaramente essere posta fine all’occupazione illegittima della Cisgiordania da parte di Israele e alle azioni militari sproporzionate su civili inclusi donne e bambini.
Un elemento fondamentale di cui colpevolmente nessuno in Italia parla sarà preservare la neutralità di Gerusalemme, città santa per tre religioni (e con problematiche come quelle vissute dal Card. Pizzaballa in questi giorni), o la sua divisione come già oggi previsto dagli accordi internazionali. La prospettiva di Gerusalemme capitale indivisa dello Stato ebraico, fomentata dagli USA, rappresenterebbe la scintilla per accendere un’escalation di portata potenzialmente globale, anche per via della questione spianata del Tempio.
Sono preoccupazioni già espresse da Pio XII nel 1949 con l’enciclica Redemptoris Nostris Cruciatus e che rimangono perfettamente attuali per un approccio geopolitico realista. Tra il millenarismo apocalittico dei pentecostali americani, il messianismo terzotempista di alcuni gruppi ebraici e il califfato globale dei Fratelli Musulmani, l’Italia ha da sempre la vocazione storica di preservare una lettura realista e cattolico-romana delle cose.
Preso atto della sua analisi sulla mancanza di statualità della Palestina, come inquadra però la responsabilità di un esercito regolare verso una popolazione civile che, per l’appunto, non ha uno Stato a proteggerla?
La problematicità della definizione di una statualità palestinese non può certamente legittimare le sistematiche violazioni del diritto naturale e dell’etica militare da parte dell’Amministrazione Netanyahu. Abbiamo assistito ad azioni sproporzionate e di violenza su civili, compresi donne e bambini, che si aggiungono al grave attentato compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023.
Le complicazioni del diritto positivo, compreso il diritto internazionale, non devono far venire meno quelli che sono da sempre considerati i criteri etici minimali dell’azione umana.
L’etica militare esiste e non è un’invenzione né un monopolio degli attivisti di sinistra, ma una tradizione che risale, se vogliamo, all’Impero romano, alle civiltà antiche, alle elaborazioni di scienza morale di Sant’Agostino e San Tommaso in merito al tema della guerra giusta e proporzionata. Da persona che conosce i campi di battaglia, tuttavia, non bevo tutto ciò che il sistema informativo mi presenta come verità. Hamas opera con le tecniche tattiche e procedure delle organizzazioni terroristiche e fa ampio uso della popolazione civile per perpetrare le sue azioni.
Ospedali utilizzati quali ricoveri per gruppi armati, cortili scolastici utilizzati quali postazioni per armi a tiro curvo o per lanciarazzi, ambulanze impiegate per il trasporto di ordigni bellici. Queste sono solo alcune delle tecniche scellerate impiegate da Hamas che fanno spiralizzare il conflitto e moltiplicare le azioni che poi si ripercuotono inevitabilmente sulla popolazione civile.
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