Un’amicizia oltre le ideologie
L’amicizia è uno dei valori fondamentali della vita di ogni persona. Quella tra Nicola Bombacci e Benito Mussolini è un raro esempio di come due persone possano essere amici al di là delle opposte ideologie a cui appartenevano e si riconoscevano. Bombacci, romagnolo come il Duce e originario di Civitella di Romagna, in provincia di Forlì a poche decine di chilometri da Predappio, fu suo compagno di lotta politica nel Partito Socialista Italiano in cui il futuro Duce rappresentava l’ala massimalista, intransigente e rivoluzionaria. Bombacci non fu mai un socialista dogmatico, ma la sua adesione al Socialismo fu soprattutto sentimentale e ideale con lo scopo finale del raggiungimento della Giustizia Sociale da parte degli oppressi, ultimi e sfruttati dal Capitalismo.
Gli esordi e la fondazione del PCd’I
Bombacci nacque il 24 ottobre 1879 da una famiglia contadina, studiò presso il seminario, ma lo dovette abbandonare per motivi di salute e proseguì gli studi al collegio Giosuè Carducci di Forlimpopoli divenendo maestro elementare. È in quel periodo che si avvicinò al movimento socialista, del quale, nel corso degli anni, diventò uno dei dirigenti e nel 1917 ricoprì la carica di vicesegretario del PSI; l’anno successivo, con gli arresti di Lazzari e Serrati, restò solo alla guida del Partito Socialista.
Quando furono fondati i Fasci Italiani di Combattimento il 23 marzo 1919 in Piazza San Sepolcro a Milano, Bombacci non seguì Mussolini in questa nuova avventura politica e due anni dopo, nel XVII Congresso nazionale del PSI tenutosi a Livorno tra il 15 e il 21 gennaio 1921, fu tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia insieme ad Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga, Umberto Terracini ed altri. I fascisti della prima ora e gli squadristi erano soliti dileggiare il “Lenin della Romagna” con il ritornello: «Con la barba di Bombacci / ci farem gli spazzolini / per pulire gli stivali / di Benito Mussolini».
Dalla rottura con Mosca al riavvicinamento
Esponente della corrente di “destra” del PCd’I e in contrasto con le posizioni di Bordiga che voleva un partito settario ed ideologizzato, in quanto propenso a un riavvicinamento con i massimalisti e accusato già nel 1923 di aver dichiarato, in un discorso alla Camera, di aver voluto l’unione delle due Rivoluzioni, quella bolscevica e quella fascista, fu espulso dal Comitato Esecutivo del PCd’I. Amico di Lenin, fece dei viaggi in URSS dove poté constatare il fallimento dell’esperienza sovietica: salari più bassi e condizioni di vita più miserevoli rispetto ai contadini e agli operai italiani.
È anche nota la frase che Lenin ebbe a dire a Bombacci e altri dirigenti socialisti giunti a Mosca nel 1919/1920: «E Mussolini? Perché lo avete perduto? Male, molto male. È un peccato: Era un uomo deciso che vi avrebbe portato alla vittoria» … «Lui e solo lui avrebbe fatto una vera rivoluzione». L’avvicinamento di Bombacci al Fascismo avvenne negli anni Trenta. Nel 1936, negli “anni del consenso” come ebbe a definirli Renzo De Felice, gli fu concesso di pubblicare una propria rivista, La Verità, un giornale che Marcello Veneziani, nella prefazione al libro di Fabrizio Vincenti A sognare la Repubblica. Bombacci con Mussolini a Salò (Eclettica Edizioni, 2020), definisce «fasciocomunista».
L’impegno nella Repubblica Sociale Italiana
L’agosto del 1936 vede anche la pubblicazione su Lo Stato Operaio dell’Appello ai “fratelli in camicia nera” firmato anche da Palmiro Togliatti, in cui i comunisti facevano proprio il Programma rivoluzionario dei Fasci di Combattimento del ’19 in funzione anticapitalistica e per la costituzione di un “fronte popolare” con i fascisti contro i cosiddetti partiti borghesi. «È in atto una grandiosa rivoluzione sociale. È l’ora della collettività. (…)
Oggi come ieri ci muove lo stesso ideale: il trionfo del lavoro. Per tale trionfo lottiamo da trentacinque anni. (…) Oggi la storia ci pone dinanzi agli occhi l’esperimento di Mussolini. Non è più soltanto una dottrina, è un ordine nuovo che si lancia audacemente sulla via maestra della giustizia sociale» (La Verità, 6 aprile 1936). Bombacci poi si avvicinò al Fascismo aderendo alla Repubblica Sociale Italiana, che in realtà avrebbe dovuto chiamarsi Repubblica Socialista Italiana, ma non ebbe quella denominazione per l’opposizione di Hitler, diventando uno degli artefici del Manifesto di Verona del Partito Fascista Repubblicano.
Il sogno di un socialismo nazionale
In altre parole, il “Papa rosso”, come veniva soprannominato il fondatore del PCd’I, si era avvicinato al Fascismo repubblicano e al suo «socialismo nazionale» perché in esso vedeva l’unico modo per realizzare la Rivoluzione socialista, ostacolata dalla monarchia, dalla massoneria e dalla grande finanza plutocratica, con cui il «fascismo regime» dovette venire a patti per un ventennio per assicurarsi l’esercizio del potere.
Sono note le parole di Mussolini che il nuovo Stato avrebbe dovuto essere «nazionale e sociale nel senso più alto della parola, repubblicano e che avrebbe portato il Fascismo alle sue origini rivoluzionarie» per la costituzione di una “Repubblica dei lavoratori”, dove la proprietà privata sarebbe stata garantita, ma che avrebbe dovuto avere una funzione sociale per assicurare ai cittadini lavoratori e combattenti una maggiore giustizia sociale. Diritti che in un sistema democratico, borghese e liberalcapitalista non sarebbero stati possibili, in virtù del fatto che il capitalismo è un sistema che provoca ingiustizie, storture e dove la persona è concepita solo ed esclusivamente dal punto di vista materialistico.
L’epilogo di Dongo
Nel discorso di Genova del 15 marzo 1945 davanti a 30.000 camicie nere, Bombacci ebbe a dire: «Compagni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre. Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno.»
L’agitatore romagnolo, inviso a molti fascisti appartenenti alle gerarchie del Regime, era uno dei pochi a cui Mussolini concesse l’uso del «tu», e seppure il Duce fosse poco incline ai sentimentalismi, non dimenticò mai l’antica comune militanza nelle file del PSI. Catturato dai partigiani, fu fucilato a Dongo il 28 aprile 1945. Il suo ultimo grido fu: «Viva l’Italia! Viva il socialismo», oppure «Viva il socialismo, viva Mussolini!». Nicola Bombacci è sepolto oggi nel Campo X del Cimitero Maggiore di Milano. Tra le diverse pubblicazioni, è da ricordare l’opuscolo Nicola Bombacci. Passione e rivoluzione (Eclettica Edizioni, 2022) di Beppe Niccolai.
Franco Brogioli
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