Il deserto delle piazze e la memoria degli anni ’70
Essere giovani senza essere rivoluzionari è una contraddizione biologica*, diceva una celebre massima. Oggi, invece, il silenzio che circonda le piazze vuote racconta una realtà ben diversa: un disinteresse cronico verso qualsiasi battaglia di principio. Negli anni ’70 i ragazzi iniziavano la propria militanza politica già a quattordici anni e i volantini distribuiti fuori da scuole e università andavano a ruba. Oggi, all’uscita dagli istituti di istruzione, ci si imbatte in un’accozzaglia di giovani che hanno fatto della decadenza la propria priorità: tra chi parla solo di videogiochi, chi si perde nella trap o nelle sostanze, e chi passa le ore anestetizzato da social e balletti su TikTok.
La trappola del modernismo
Non sembra ardere più alcuna fiamma in questa gioventù ipnotizzata da ciò che il modernismo propone, del tutto concentrata su svaghi beceri che lasciano il tempo che trovano. Ma viviamo in un’epoca spietata: se non siamo noi i fautori del nostro destino, ci sarà sempre qualcuno ai vertici del potere pronto a disegnarlo al posto nostro. Per evitare di cadere nella trappola programmata da altri, l’unico modo è restituire a noi stessi la verità e ristabilire l’ordine naturale delle cose.
La militanza come scuola di vita
L’unica alternativa reale all’ignavia di questo cortocircuito giovanile si chiama militanza. Un percorso pulito, lineare e formativo, attraverso il quale acquisire senso del dovere, disciplina e autorevolezza. Oggi non schierarsi è molto più pericoloso di quanto sembri. Per sfuggire a un verdetto che pare già scritto, le rivoluzioni devono tornare a essere una prerogativa dei più giovani. C’è un disperato bisogno di una gioventù non più anestetizzata, ma intensamente dedita a diventare adulta: con le radici ben piantate nel cemento, forgiata da una rigida coerenza e da una rettitudine morale che faccia da strada maestra lungo il cammino.
Manuel Zavaglia
*Frase di Ernesto CHE Guevara, usata dalla sinistra negli anni ’70
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