Quella sera, quel 7 gennaio 1978, c’eravamo tutti. Spararono a Stefano, Franco e Francesco, ma gli assassini – con o senza divisa – avrebbero potuto colpire qualunque ragazzo che, a Roma come altrove, aveva deciso di militare nel Fronte della gioventù.
Il 7 gennaio 1978 non furono assassinati solo tre ragazzi, ma si tentò e per l’ennesima volta di spezzare definitivamente una catena che teneva unita quella parte di una generazione che aveva scelto un modo non conformista – così si definiva all’epoca – di vivere la propria adolescenza; di muovere in modo coraggioso e irriverente i primi passi nell’età adulta; di provare a costruire una società diversa e migliore di quella ereditata dai loro padri.
A tutt’oggi, non sappiamo chi ha sparato quella notte. Non sappiamo chi ha cominciato la carneficina né chi sia stato a terminarla. Questo è lo scandalo, l’unico e solo scandalo del 7 gennaio, di tutti i 7 gennaio che si sono susseguiti dal 1978 ai giorni nostri. Uno scandalo che copre di vergogna quanti – e ne leggeremo i latrati tra poco – hanno protestato e protesteranno per il modo in cui i ragazzi di Acca Larentia sono stati e verranno ricordati anche stasera.
Chi ha spezzato quelle vite; chi ha partecipato, anche indirettamente, alla creazione del clima che permise quello scempio; chi ha coperto e copre ancora quegli assassini non ha il benché minimo titolo morale per discutere i gesti e le parole, con cui i fratelli ricordano i fratelli.
Così come nessuno può negare il diritto, a coloro che si sentono da sempre parte di quella comunità, di gridare l’estraneità dei militanti di quella parte politica alla tragedia terroristica del 2 agosto 1980, come faranno tutti coloro che parteciperanno alla manifestazione in piazza Cavour, domani, alle 11.45.
Più forti del fuoco
Prima con le armi, poi coi le persecuzioni giudiziarie, ma con lo stesso animo violento e distruggitore. Però, anche con l’o stesso,’identico e vano risultato.
Quella comunità che si è dimostrata “più forte del fuoco” – come recitava un vecchio slogan – non si è fatta annichilire nemmeno dalle sentenze addomesticate della magistratura, restando indifferente anche al “bollino” di “cosa giudicata”, con cui si è tentato di sigillare una “verità” che non è mai stata e non sarà mai tale.
Oggi tanti ragazzi e tante ragazze grideranno “Presente!”, in ricordo di Stefano, Franco e Francesco e delle altre decine di caduti del Msi, del Fdg e del Fuan. Un suono severo ricorderà a tutti il loro sacrificio, ma dimostrerà anche come mai siano stati dimenticati. Domani, altre parole attraverseranno il cielo di Roma, per denunciare come le persecuzioni possano incredibilmente continuare ancora, come dimostra l’indecente carcerazione di Gilberto Cavallini, ma senza attenuare la sete di giustizia e la volontà di restituire piena dignità e onore al Paese e alla gioventù più disinteressata, volitiva e coraggiosa del dopoguerra.
Massimiliano Mazzanti
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Piango ancora.. rabbia rabbia