In Texas hanno deciso che dal 2030 i bambini dovranno studiare i “pericoli del comunismo”. Una mossa che a Austin suona come un atto di igiene civica e che da noi, nelle colte e raffinate piazze del Vecchio Continente, verrà accolta col solito sorrisetto di chi la sa lunga.
Certo, immaginare un bambino di otto anni che, tra un rodeo e un barbecue, analizza le purghe staliniane o il genocidio dei Khmer Rossi fa un certo effetto. Eppure, c’è un’ironia sottile in tutto questo: mentre i texani si preoccupano di vaccinare i posteri contro le derive totalitarie del “Sol dell’Avvenire”, qui da noi il comunismo gode ancora di una bizzarra immunità diplomatica.
Mentre oltreoceano si parla di “atrocità”, “oppressione” e “sofferenza”, nei nostri salotti buoni e in certe aule universitarie il comunismo viene ancora trattato come una sorta di vintage ideologico. È quella dottrina che “sulla carta era bellissima”, un sogno nobile purtroppo rovinato da una serie infinita di “piccoli incidenti di percorso” (leggasi: carestie pianificate, gulag e muri di cemento armato).
I sognatori in cachemire
Se in Texas lo trattano come un film horror, in Italia abbiamo ancora schiere di sognatori in cachemire pronti a spiegarti che Pol Pot era solo un po’ troppo irruento e che, in fondo, la colpa è sempre stata del contesto.
È affascinante questo cortocircuito: per i texani è una minaccia attuale da inserire nei programmi scolastici; per molti europei è un’utopia incompiuta di cui giustificare ogni aberrazione in nome della “giustizia sociale”. Se un texano punta il dito sul fallimento economico, il nostalgico nostrano risponde parlando di “complessità storica” o, peggio, sfoggiando la t-shirt di Che Guevara acquistata su Amazon.
Forse il Texas esagera con il suo approccio da sceriffo della storia, ma ha il merito di chiamare le cose col loro nome. Da noi, invece, continuiamo a ignorare la chiamata. Il Texas chiama per ricordarci i pericoli del collettivismo forzato, ma noi non rispondiamo: siamo troppo impegnati a spiegare che il prossimo esperimento, quello sì, sarà quello giusto. Peccato che, storicamente, quando arriva “quello giusto”, finiscono prima i diritti e poi pure i tarallucci e il vino.
Alfredo Durantini
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